Insegnamento della religione Cattolica a scuola

Insegnamento della religione Cattolica a scuola

Cultura

Ha ancora senso?

L’ora di religione a scuola? “Va abolita. É un dispendio di risorse per lo Stato”; queste le parole pronunciate il 22 giugno scorso dalla senatrice Bianca Laura Granato (ex M5S, ora nel gruppo misto) che puntualmente, come ogni estate, hanno portato alla ribalta la questione dell’Insegnamento della Religione Cattolica (IRC) nella scuola pubblica. Partiamo dai dati: l’attuale IRC è stato riformato dalla revisione del Concordato Stato/Chiesa del 1984, e da allora, da obbligatorio è stato reso opzionale: quindi, una disciplina che la scuola pubblica e laica offre a chi intende avvalersene senza obbligare nessuno a seguirla.

Qualche numero
I dati ufficiali forniti dalla Chiesa cattolica e relativi all’anno scolastico 2019-2020 ci offrono un panorama in cui complessivamente circa l’85% degli studenti si avvale di questo insegnamento: si tratta di un dato che va poi scorporato per aree (nord, centro e sud) e per fasce di età, con percentuali che presentano un andamento inversamente proporzionale all’età degli studenti. Infatti nella scuola dell’infanzia e nella primaria quasi il 90% degli iscritti si avvale dell’IRC (entrambi all’89%), nella secondaria di primo grado (quella che una volta era la scuola media) abbiamo una percentuale nazionale circa dell’87% mentre alle superiori il dato scende al 79%. Ancora più interessante il dato per aree geografiche: infatti al nord, dove ad una maggiore secolarizzazione si aggiunge una maggiore presenza di immigrati non cristiani, il dato è significativamente più basso, rispetto alle regioni del sud Italia, dove le percentuali di chi sceglie di avvalersi della materia sono da maggioranza bulgara, basti considerare che ai licei meridionali siamo al 96%.
I dati aggregati fanno quindi chiaramente intuire come nonostante tutto, a dispetto dei tempi che cambiano, la materia “tiene”: è un implicito “Sì” alla religione a scuola, una sorta di referendum popolare che premia nettamente la materia e chi la insegna. Non è questa la sede per valutare gli insegnamenti alternativi offerti dalle scuole, soprattutto ai licei, ma per un giudizio completo bisogna considerare che spesso la possibilità alternativa offerta ai ragazzi è l’uscita anticipata o l’entrata posticipata, “argomenti” che possono risultare estremamente convincenti per una platea di adolescenti.

Perché si insegna religione a scuola?
“La Repubblica italiana, riconoscendo il valore della cultura religiosa e tenendo conto che i principi del cattolicesimo fanno parte del patrimonio storico del popolo italiano, continuerà ad assicurare, nel quadro delle finalità della scuola, l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche non universitarie di ogni ordine e grado”: così recita il Concordato. Al di là del testo normativo, per chi “vive” la scuola quotidianamente (e in tal senso fa specie che la proposta di abolizione provenga da una insegnante come la senatrice Granato) la domanda ha una risposta ovvia: la dimensione religiosa, e nello specifico, cristiana, è praticamente ovunque nelle discipline umanistiche insegnate a scuola, oltre a essere una parte essenziale del vissuto extra scolastico di moltissimi studenti, come confermano i dati mostrati in precedenza. Infatti, soprattutto nella scuola secondaria, gli studenti sono meglio in grado di cogliere l’elemento cristiano/cattolico come caratterizzante e decisivo in discipline come la storia (dove l’avvento e l’affermazione del Cristianesimo segnano uno spartiacque decisivo nella storia dell’Occidente) nella letteratura italiana (si pensi alla Divina Commedia e ai Promessi sposi) nelle letterature straniere (tanto per limitarsi a quella inglese si pensi ai “Canterbury tales” di Geoffrey Chaucer o al “Paradise lost” di Thomas Milton) nella storia dell’arte (che lo dico a fare), in filosofia dove la questione dell’esistenza (o meno) di Dio, del bene e del male, della verità sono alcuni dei nodi concettuali fondamentali e dove pensatori come S.Agostino o Tommaso d’Aquino, sono parte integrante dei programmi ministeriali (fra l’altro questi autori ritornano anche nella letteratura latina al liceo classico); infine, nella stessa lingua e letteratura greca al liceo classico dove, nonostante siano mortificati dai programmi ministeriali, grazie alla buona volontà di qualche insegnante, anche alcuni brani degli stessi Vangeli diventano parte integrante del programma. È evidente come una disciplina ad hoc possa meglio permettere di cogliere i tratti unificanti tra le varie aree del sapere, sviluppando la tanto declamata interdisciplinarietà.

Il grande assente dai banchi della scuola italiana
La centralità dell’elemento giudaico/cristiano, nell’edificazione della società occidentale, è data dal ruolo eccezionale che ha avuto (e ha ancora) la Bibbia e la sua interpretazione. Non è un caso che diversi anni fa un nutrito gruppo di intellettuali (per buona parte non credenti o comunque non cattolici: fra questi Massimo Cacciari, Margherita Hack, Umberto Eco, Emanuele Luzzatti, Amos Luzzatto, Gianni Vattimo) sottoscrisse la petizione per inserire l’insegnamento obbligatorio della Bibbia a scuola. È nota la domanda che poneva Umberto Eco dalle colonne de “L’Espresso” nel lontano 1989: «Perché i ragazzi debbono sapere tutto degli dèi di Omero e pochissimo di Mosè? Perché debbono conoscere la Divina Commedia e non il Cantico dei Cantici (anche perché senza Salomone non si capisce Dante)?». Tullio De Mauro, già ministro dell’Istruzione, ribadiva: «Dal punto di vista didattico la Bibbia è una bomba conoscitiva. Non si capisce la nostra storia, né l’arte, senza Bibbia», suggerendo altresì di farne il libro di testo dell’ora di religione. Va detto che nell’insegnamento dell’IRC la Bibbia e i suoi contenuti sono un aspetto essenziale per tutte le fasce di istruzione, certo è che si può e si deve sempre migliorare: in tal senso, è interessante l’idea di utilizzarla come testo guida anche ai Licei.

Parlando di cultura
Se per chi legge, la scuola, invece che sollecitare domande, stimolare il ragionamento e la riflessione critica e astratta, deve preparare al lavoro, lasciamo perdere. Per il lavoro ci sono le scuole di formazione professionale, che sono un’altra cosa; ma ci sarà però qualche motivo perché almeno i 3/4 dei genitori italiani iscrive i figli ai Licei. Al di là dei programmi ministeriali, e tornando ai dati statistici da cui eravamo partiti, fra gli obiettivi che la scuola si pone c’è certamente quello di favorire la comprensione della realtà in cui si vive.
Il fatto che su base nazionale quasi l’80% degli adolescenti italiani si avvalga di questo insegnamento dice molto anche del contesto in cui questi studenti vivono: molti di loro non sono cattolici praticanti (le statistiche parlano di un 20% circa fra i ragazzi, ma l’esperienza suggerisce dati ancor più bassi), eppure per motivi vari sono comunque interessati a seguire l’IRC, in primis ma non solo per il retaggio familiare. Inoltre l’adolescenza è una fase di passaggio in cui deflagrano le domande di senso, specie se c’è una scuola pronta a stimolarle e vivificarle (e non a creare dei tristi automi pronti ad eseguire ordini nel mondo del lavoro): le varie esperienze significative che possono essere fatte a quest’età suscitano il bisogno di risposte, le quali possono condurre oltre l’ordinario corso dell’esistenza e aprire verso una dimensione “altra”.

Il senso della vita è… la vita stessa o è possibile andare oltre?
La scuola può e deve aiutare i ragazzi anche in questa fondamentale, ineluttabile ricerca di senso (per loro, come per tutti coloro che vogliono ancora definirsi esseri umani): ovviamente, lasciando al loro percorso di crescita la/le risposta/e, anzi proprio evocando la bellezza e il fascino di questa ricerca, come suggerisce meravigliosamente Konstantinos Kavafis nella sua “Itaca”. Ecco dunque come in un contesto come l’attuale, segnato da una crisi valoriale senza precedenti con una scuola troppo spesso appiattita semplicisticamente su dei “no” a qualcosa (no all’inquinamento, no al bullismo, no all’omofobia, no al fascismo etc) l’IRC può quindi dire certamente la sua ribadendo la profondità e la bellezza del messaggio cristiano.

La questione perciò non è religione sì/religione no, la vera domanda è: com’è possibile anche solo lontanamente pensare che ci si trovi di fronte a una forma di indottrinamento, di catechismo? Com’è possibile che un insegnamento come questo, confessionale solo formalmente sia ancora facoltativo e che non venga riformato in modo da raccogliere e proporre ai cittadini di domani la centralità del Testo dell’Occidente, la Bibbia? Vale infatti pure per un musulmano o per un ateo, perché volenti o no, vivono in una società impregnata della tradizione giudaico/cristiana, tale per cui “non possiamo non dirci cristiani” (B. Croce): ma in una società in continua e frenetica trasformazione questa disciplina è aperta come poche altre al multiculturalismo, e non a caso – fra l’altro – la conoscenza dell’ebraismo e dell’islam sono parti integranti dei programmi ministeriali.
Figli dell’Occidente, sappiamo che il nostro presente è il prezioso frutto dell’incontro/scontro che nei secoli passati c’è stato tra Sacro e Profano, tra Scienza e Fede. Per questa nostra Storia, a differenza di quanto accade in Arabia Saudita o in Iran siamo liberi di non accogliere il contenuto della fede religiosa: ben altra questione è invece ignorarne i contenuti, perché in essi di fatto ci sono le radici e le basi più profonde dell’identità europea.

di Alessandro Di Marco

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