
Tra malagestione e inefficienze, l’abisso del SSN
Gli ultimi studi sul Servizio sanitario nazionale restituiscono un quadro sempre più allarmante. Ormai non è più un mero problema di risorse, o della loro iniqua distribuzione: la sanità pubblica italiana risulta “malata” alla base, nelle politiche amministrative, nella gestione delle risorse, impantanata tra sprechi ed inefficienze che minano al vero obiettivo da perseguire: la salute dei cittadini. Mentre gli addetti ai lavori cercano cause e soluzioni, per una cospicua parte della classe politica la risposta a questo “male incurabile” è la via già tracciata dall’autonomia differenziata. Bisogna salvare il SSN, non sostituirlo
di Matteo Picconi
Ci si accorge che un sistema non “funziona” nel momento in cui ci si fa tristemente l’abitudine. Si potrebbe racchiudere in queste poche parole l’approccio che molti cittadini ormai hanno nei confronti della sanità pubblica: sfiducia, ricorso al privato, rinuncia alle cure, sono ormai consuetudini, appunto, a cui buona parte degli italiani si sono abituati. Il problema è talmente radicato che le domande non ruotano più sul “come” risolverlo bensì sul (o sui) “perché” la sanità italiana versa da tanto tempo in questa situazione.
Nelle pubblicazioni precedenti abbiamo spesso trattato i temi più sensibili legati alla sanità pubblica: la carenza di personale in settori fondamentali per le cure di prima necessità, in particolar modo tra pediatri, medici di base e infermieri; ci siamo interessati al problema della mobilità sanitaria e alle iniquità che questa comporta a livello regionale; soprattutto, ci siamo occupati dell’inevitabile decollo del settore privato, sempre più “spauracchio” del modello pubblico che per decenni, nel secolo scorso, ha fatto invidia a mezzo mondo.
Ebbene, nonostante i continui segnali lanciati dagli addetti ai lavori e osservatori di questo fondamentale macro servizio, e nonostante la grande parentesi pandemica che di fatto ha scoperchiato un “vaso di pandora” estremamente contraddittorio, i report pubblicati negli ultimi mesi non fanno che confermare questo trend negativo della sanità pubblica, che oggi appare ancor più in declino, sempre più un problema da estirpare piuttosto che da risolvere. All’orizzonte, dunque, un sistema che una volta si diceva “all’americana”, del tipo “se puoi permettertelo, puoi curarti”; chi non può resta a casa, oppure in balia di liste di attesa inaccettabili o di strutture inesorabilmente inadeguate.
Cure di prima necessità, futuro incerto
Le crepe del sistema sanitario non si palesano solo nelle corsie degli ospedali. Negli ultimi mesi si è parlato moltissimo della crescente carenza dei pediatri di libera scelta (PLS) nonché dei medici di medicina generale (MMG, i c.d. “medici di base”). Trattasi di due figure più che centrali nell’assistenza sanitaria di prima necessità: i primi, come è noto, assistono obbligatoriamente i bambini compresi nella fascia d’età 0-5 anni e, opzionalmente con i MMG, quella tra i 6 e i 14 anni, quando i ragazzi e le ragazze passano definitivamente sotto i medici di base. Ebbene, ad oggi entrambe queste figure, secondo i dati più recenti, non soddisfano appieno gli standard di “copertura” rispetto alla domanda di assistenza da parte delle famiglie e il trend sembra destinato a peggiorare.
Secondo i dati forniti nei primi di giugno dalla fondazione Gimbe, in Italia mancano all’appello 497 PLS. A risentirne sono soprattutto le regioni del…
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