Dagli USA a Napoli. Riflessioni durante un (momentaneo) ritorno

Dagli USA a Napoli. Riflessioni durante un (momentaneo) ritorno

di Francesca De Biase

C’era una volta Napoli, una città ricca di cultura, paesaggi mozzafiato, patria della buona cucina e della musica neomelodica, conosciuta e amata in tutto il mondo. Sono una accompagnatrice turistica, napoletana ma per amore mi sono trasferita in Florida e sono tornata alla mia città di origine, per qualche settimana.
L’avevo già lasciata tanto tempo fa, quando mi sono trovata un lavoro che mi ha portata a viaggiare per il mondo e a vivere all’estero altre realtà ma – a quel tempo – non era la stessa cosa, perché ci ritornavo spesso nella mia Napoli, il legame era forte ed era sempre un ritorno felice, nonostante i mille problemi della città e dei suoi abitanti.
Questa volta, invece, è diverso. Mancavo da circa 6 anni, mi sono sempre informata su Napoli tramite i miei parenti ed i miei amici, i social, i network, ero un’osservatrice, lontana, come tanti emigranti e come loro intimamente legata alle mie origini. Come succede a quasi tutti gli emigranti sono legata alle mie origini e alle mie terre, una pasionaria che difende a spada tratta la sua città tutte le volte che qualcuno la denigrava, perché gli amori si difendono e si giustificano, sempre. Difendere Napoli è anche facile perché è una città speciale, perché è abitata da gente speciale ed esprime momenti che non si possono vivere.

“Napule è na’ carta sporca e nisciuno se ne importa e ognuno aspetta a’ ciorta”

Ritrovo in questi pochi versi di Pino Daniele, la descrizione della città e dei suoi cittadini in questo particolare momento della sua storia. Già in arrivo all’aeroporto di Capodichino, si può sentire il cambiamento e il decadimento repentino di Napoli. L’avevo lasciato che era un gioiellino, ora mi sembra di essere in un altro luogo, in uno di quegli aeroporti del terzo mondo, con i passeggeri che raggiungono il terminal a piedi dall’aeromobile, senza un “finger” o un bus, senza nemmeno qualcuno che ti indichi la strada. Io che per mestiere ero abituata a mostrare il meglio della città, decantarla e farla amare, anche nei suoi difetti cronici, ai turisti e vip di tutto il mondo, mi sono avvilita nel vederla così poco attenta ai suoi visitatori.
Ormai sono decenni che le buche delle strade cittadine fanno parte dei tour turistici, come fossero pezzi archeologici: “Alla vostra sinistra potete ammirare la buca numero 45, posizionata al centro strada da 10 cm è diventata 1mt, collezionando migliaia di ruote bucate e assi d’auto spezzati, ha anche provocato un morto e qualche ferito durante i suoi periodi di pioggia piena”. A volte ci scherzavo con il turista che doveva affrontare lo stesso tragitto “zigzagato” e “rimbalzante”, che ho percorso io al mio arrivo. Con mio grande stupore e rabbia ho scoperto che in sei anni (di assenza) le buche erano aumentate e non c’era stato alcun miglioramento. Neanche uno.
Vengo da un paese che dopo ogni uragano distruttivo nel tempo massimo di un anno ha già ricostruito tutto, ricoprendo i suoi danni con nuove opportunità, mentre qui, nella mia città, ci sono ancora le impalcature di protezione del terremoto del 1980.
Mi guardo intorno, durante il tragitto vedo che lo stato di emergenza immondizia è ancora attivo. Eppure nel 2010 l’avevo difesa con tanta forza con chi ne parlava male, e quando un Governatore di uno Stato straniero, mentre lo portavo in visita a Napoli, mi chiese: “Come mai tanta immondizia in questo bel paese?” io risposi: “Governatore, lei è un politico, mi dica lei, come mai i suoi colleghi italiani fanno così male alla mia città?”.
“La munnezz” è un dissesto provocato dalla matriosca di municipalizzate inefficienti, di lavori appaltati ad aziende, in parte controllate dalla criminalità organizzata, che avrebbero dovuto fare la raccolta differenziata, addirittura porta a porta. Dopo decenni di promesse politiche degli amministratori di ogni colore i sacchetti di rifiuti sono ancora per strada. Dove vivo ora, a Jacksonville, se fosse accaduto una cosa del genere gli amministratori sarebbero in galera e il problema sarebbe stato risolto. Qui la “munnezz” si stratifica su ogni promessa dei politici.

Come una turista con gli occhi di chi ha vissuto Napoli

Camminando per la città, ho rivisto la rinascita di un sistema criminale che negli anni ’90 era entrato in crisi e si stava affievolendo in seguito agli arresti dei capi famiglie dei Clan più famosi come i Giugliano, i Mazzarella e O’Professore Cutolo (io c’ero quando arrestarono il Boss di Forcella e quando ci fu la Guerra dei clan dei banchi nuovi contro quelli dei clan dei quartieri spagnoli che volevano prendersi l’area scoperta). In quegli anni fare il camorrista iniziava a non essere più proficuo, i boss si pentivano, la polizia arrestava e Poggioreale non era più un hotel a 5 stelle. La camorra stava perdendo. Le parole “onore” e “rispetto” (semmai avessero avuto senso in un sistema criminale), ormai, non erano importanti, c’era solo una gran voglia di emergere, di fare soldi facili, ma le faide e le rivalse interne alle stesse famiglie dei boss, non facevano altro che far perdere l’appeal, in un caos totale fatto di arresti e di morti ammazzati.
Dopo “Gomorra”, di Roberto Saviano – con il sequel del film e poi della serie televisiva – il camorrista è tornato di moda, i ragazzini parlano come “Don Pietro Savastano” e si fanno i capelli come “Sangue Blu”. Di nuovo i quartieri sono dominati da uno o più clan, non necessariamente imparentati tra loro come succedeva prima, ma comunque decidono vita e morte della zona, in più si sono alleati con clan di provenienza straniera, permettendo l’inserimento di mafie straniere prima sconosciute.
Napoli è diventata un set cinematografico a cielo aperto, che racconta solo il lato camorrista (vincente) e violento della città. Finiti i tempi di “Lazzarella” e dei racconti/film di Troisi, che parlavano di amore e della bellezza di una Napoli che fa innamorare.

“Napul’è mille culure”

A completare il quadro del cambiamento è stato il trovare una città modificata nella sua identità. Sono abituata a vedere città multietniche con le differenti comunità ma a colpirmi è stata la trasformazione dei quartieri storici di Napoli (Sanità, Quartieri Spagnoli, Duchesca, Banchi Nuovi), in piccoli ghetti per stranieri. Quartieri dove vivevano i napoletani veraci, quelli con i panni stesi, il profumo del ragù e l’odore di “varrecchina” (varechina-candeggina) dei “vasci” (bassi, appartamenti pianterreno), la musica di Gigi D’Alessio ad alto volume, con le donne che strillavano ai figli per strada e i vecchi che giocavano a carte. Gli stessi quartieri ricchi di mercatini, dove potevi trovare di tutto e di più, con le urla scenografiche dei mercanti per attirare la gente che proponevano merce di qualità più che accettabile ma a basso costo: perché la clientela era esigente ma i soldi erano pochi. Passeggiando per la Sanità non sento l’odore del sugo alla Genovese ma un mix speziato che sa di curry, mentre le strade sono piene di roba scadente, adeguata ad una clientela che non ha tanta esigenza di qualità. Non si sentono più gli inviti agli acquisti quasi cantati dei mercanti, che ti facevano avvicinare ai banchi solo per ridere o vedere cosa ci fosse d’interessante. Mi manca da morire un qualsiasi “accattatavill” seguito da una qualsiasi merce. I negozi di biancheria e di abbigliamento, sono stati sostituiti da chincaglierie cinesi o da abiti indiani. Non si sente più la musica di Gigi, né quella del neomelodico emergente. Quartieri che per lo più sono abitati da immigrati, legali e non, e che si sono trasformati in ghetti silenziosi. Non esiste un equilibrio o l’integrazione come nelle grandi metropoli, ma solo “occupazione” del territorio e la trasformazione è diventata quasi un’invasione. Si è modificato un territorio che turisticamente era il marchio della Napoletaneità, e che ora difficilmente potrà tornare ad essere quello di prima.
Il Sindaco si riempie la bocca di tante frasi ad effetto, rivendicando la innata ospitalità dei Napoletani, ma ospitalità non è sinonimo di cancellazione d’identità e quel modo di fare e di sentire che ha reso famosa la città nel mondo e che i turisti vogliono trovare quando vengono a Napoli. Una volta si diceva che “dove mangiano in quattro si può mangiare anche in cinque”, valeva per le famiglie entusiaste e numerose che avevano voglia di crescere in un mondo che dava opportunità. Non si può applicare a Napoli, non in questo periodo storico: il livello di disoccupazione è uno dei più alti d’Europa, quasi 24% (dati precovid del 2019 – fonte Istat) e l’arrivo di mano d’opera a basso costo di immigrati ha provocato perdita di posti per la popolazione napoletana, per quei lavori che erano ritenuti a basso costo ma che erano di sostegno per giovani. Così il ragazzo del bar non è più Gennarino della Sanità, ma Soyab dello Sri Lanka, Peppeniello il ragazzo delle salumiere che faceva le consegne con il quale parlavi di Maradona e del Napoli, è stato sostituito da Sami del Congo, che magari non era nemmeno nato ai tempi di Maradona e che purtroppo (per lui) non potrà mai capire quanto Maradona sia Napoli e quanto Napoli sia Maradona. Perché Napoli ha due santi, San Gennaro e Maradona, ma solo uno faceva battere i cuori ai napoletani.
Totò o Massimo Troisi sono nei cuori dei napoletani e le loro battute ancora spiegano una situazione o uno stato d’animo – a me, come a tanti di noi, viene naturale farlo – e quando ho cercato di farlo capire ad uno straniero, ho dovuto fargli vedere qualche spezzone di film per fargli capire il senso di una frase detta.

E poi… c’è il Covid!

Ero orgogliosa, come tanti di noi all’estero, che la Campania, durante il lockdown, fosse elencata tra le regioni virtuose, con la città di Napoli in testa, rispettosa delle regole, esempio di altruismo. Con il “Cotugno”, definito “eccellenza mondiale” nella lotta contro la Sars-Cov 2. Con la seconda ondata, quella che ha davvero portato I contagi in Campania, si sono perse tutte le virtù. I casi di contagio sono numerosi e i quartieri più colpiti sono proprio quelli a più alta densità di popolazione. Tra casi di infezione importata dall’estero, la predisposizione – per certi miei compaesani – a non rispettare le regole e l’aver preso sotto gamba una epidemia che all’inizio aveva graziato il territorio, la situazione è diventata grave in poco tempo. Le mascherine, chi le portava, le aveva al braccio, sembrava portassero tutti una borsa di Chanel. Mi ripetevano in continuazione : “ua… accà o’covìd nun c’è stà, nunn’è comm’a a Lombardia”.
Io ho fatto 36 ore e 2 scali con due mascherine e un Face shield, tra disinfettanti per mani e salviettine igienizzanti pur di non contagiarmi e contagiare i miei cari e anche 14 giorni di quarantena, proprio per essere sicura. Nessun altro, tra quelli con cui ho parlato ha avuto le stesse accortezze, chi arrivava da fuori (italiani o stranieri che fossero), il giorno dopo, era in giro ad emettere metri cubi di droplet. Ma il virus c’era e c’è; come un domino, piano piano, son caduti i tasselli. Nessun controllo nelle aree colpite, a stento le autoambulanze riescono a prendere i malati più gravi. In questo momento in cui scrivo, l’ospedale “virtuoso” del Cotugno, sta arrivando al livello di saturazione, raggiungendo i limiti massimi.

Speranze

Mi ritrovo a pensare che le eccellenze di Napoli siano affogate nella sua nuova incapacità di essere davvero la città che tutti amano che si snoda tra la Apple che è arrivata in un territorio complicato e arido di lavoro, San Giovanni a Teduccio nel polo universitario dell’Università Federico II, alla bellissima metropolitana (che viaggia con tempi di attesa lunghissimi per gli standard USA) piena di mosaici e con gli scavi archeologici incorporati. Eccellenze che stanno come una ceramica di Capodimonte su un tavolino “sgarrupato” in un basso maleodorante.
Ognuno di noi emigrati ritornando a casa non può mancare ad appuntamento: affacciarsi dal Serpentone di via Petrarca o da San Martino, o per chi è fortunato, dal suo balcone per respirare l’aria di casa e ammirare il golfo di Napoli con il Vesuvio – che sia giorno o notte – non si può non pensare a quanto siamo fortunati ad essere nati nel posto più bello del mondo.
Fa rabbia da napoletana dover raccontare, per questa volta, solo l’aspetto negativo di Napoli, perché voglio – con tutto il cuore – negare l’evidenza e credere che Napoli non è solo degrado. Perché come diceva Bud Spencer quando gli si chiedeva se fosse Italiano lui rispondeva con orgoglio e fermezza: “No, sono Napoletano!” Anch’io lo dico, i Napoletani (la maggioranza) fanno lo stesso; si identificano in un popolo diverso, perché – diciamoci la verità – anche sotto l’Impero di Roma (e sotto tutte le altre dominazioni), il popolo napoletano non si è mai troppo assoggettato ed è sempre stato l’eccezione. Un mito da copiare da invidiare, i Romani l’avevano capito e non potevano far altro che ammirare e rispettare gli abitanti di Napoli.
La mia paura è che questo orgoglio Napoletano sia svanito insieme con la sua napoletanità.

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