
Trapianti, oltre la superficialità
La storia del piccolo Domenico, il bimbo di due anni morto al Monaldi dopo un trapianto di cuore, ci ha lasciato senza fiato. Non è stata la medicina a fallire, forse a prevalere è stata la superficialità umana. Mentre i giudici indagano su quel cuore “bruciato” dal ghiaccio durante il viaggio da Bolzano, tutti noi ci facciamo la stessa domanda: come può un sistema così avanzato perdersi in un errore tanto banale?
I numeri dicono che l’Italia è un modello. Negli ultimi 20 anni siamo passati da 3.000 a quasi 4.700 trapianti all’anno (dati del Centro Nazionale Trapianti). Eppure, quando andiamo a rinnovare la carta d’identità, 4 italiani su 10 dicono di no alla donazione. Perché? Non dovrebbe trattarsi di cattiveria o egoismo. In cima alla lista dei motivi forse c’è il terrore dell’errore umano, la paura che nel momento più fragile della nostra vita qualcuno possa essere superficiale, il timore che i medici possano “correre troppo”, dichiarando la nostra morte prima del tempo solo per “recuperare” gli organi.
Il caso di Domenico è l’incubo che diventa realtà. Oggi abbiamo vette tecnologiche incredibili, come macchine capaci di far battere un cuore fuori dal corpo umano per ore (le macchine di perfusione ex-vivo). Ma se poi quel cuore viene rovinato perché qualcuno ha sbagliato a mettere il ghiaccio nella scatola, la fiducia potrebbe crollare… Se c’è superficialità nel trasporto, come facciamo a fidarci che non ci sia altrettanta superficialità anche nel decidere se siamo vivi o morti? È un peccato, perché quando il sistema funziona, i risultati sono miracolosi. Chi riceve un organo in Italia ha probabilità di sopravvivenza altissime: 90% per il rene, 85% per il fegato e superiore al 75% per il cuore. Migliaia di persone ogni anno tornano a una piena qualità della vita, riprendendo il lavoro, lo sport e gli affetti. Questi numeri dimostrano che il sistema funziona, ma rendono ancora più doloroso il caso di chi, come Domenico, viene tradito da un ingranaggio difettoso.
Mentre noi lottiamo con i nostri dubbi, nel resto del mondo esiste una realtà terribile. Secondo l’OMS, circa il 10% dei 180.000 trapianti eseguiti annualmente nel mondo è illegale, producendo un business da un miliardo e mezzo di dollari che sfrutta i poveri. Questo dovrebbe spingerci a proteggere il nostro sistema legale, rendendolo il più possibile efficiente e trasparente. Qui entra in gioco la responsabilità dei medici. Non basta saper operare bene, bisogna avere una cura maniacale per ogni dettaglio. Questa “cultura del rigore” deve essere insegnata ai giovani medici fin dall’università. Non devono diventare solo dei tecnici bravissimi, ma persone che sentono il peso e la sacralità di ogni vita che passa tra le loro mani. La malasanità si batte con i controlli, ma la nostra paura si vince solo con la verità. Abbiamo bisogno di sapere che, dal primo all’ultimo secondo, la nostra vita sarà difesa con le unghie e con i denti, senza distrazioni e senza superficialità. Solo così quel “Sì” sulla carta d’identità diventerà una scelta naturale per tutti.
La Direttrice Responsabile
Veronica Rodorigo
