Giovani: “deviati” e abbandonati

Giovani: “deviati” e abbandonati

Una volta si guardava ai giovani come il futuro. Seppur tra inevitabili scetticismi, si era portati a riporre nelle nuove generazioni tutte le speranze e gli obiettivi (a volte perfino i sogni) che i “vecchi”, prima di loro, non avevano realizzato. Oggi si guarda ai giovani con apprensione, come un vero e proprio allarme sociale. Le motivazioni sono molteplici: il mondo sembra aver girato più velocemente e le distanze tra vecchio e nuovo si sono ulteriormente ampliate. A pensarci bene, però, nessuna novità, è già successo in passato, si pensi ai giovani del ’68 quanto erano “alieni” rispetto ai loro genitori; tuttavia, lì c’era in ballo una rivoluzione culturale tanto necessaria quanto decisiva. Oggi, invece, cosa sta succedendo?

Dalla fase pandemica in poi è letteralmente “decollato” il tema della devianza giovanile, argomento già ampiamente affrontato dai sociologi negli anni Settanta e Ottanta ma oggi riproposto a livello mediatico sotto tanti e nuovi punti di vista. Non stiamo parlando banalmente di baby gang (queste, almeno in Italia, neanche esistono, basta non guardare certe emittenti televisive o profili social), né tantomeno di maranza (termine che cela peraltro sentimenti razzisti e classisti); stiamo parlando di una generazione che non ha più punti di riferimento, che viene controllata, giudicata e repressa ma non osservata, compresa, aiutata. Tuttavia il fenomeno della violenza tra i giovani persiste e deve essere affrontato.

Il coltello, la rissa, il “branco” ci sono sempre stati e sempre ci staranno, non saranno i provvedimenti del governo (i decreti Caivano e “sicurezza”) a fermarli. Non servirà riempire gli istituti di pena minorili per rieducarli, né la presenza di militari e poliziotti nelle scuole. Il clima di allarme sociale, che questo governo sfrutta ad arte, non farà altro che allontanarli da noi, isolarli. Prima ancora di agire nei loro confronti, occorre capire perché cadono nella violenza, quella gratuita, stupida, incomprensibile. Se stanno “deviando” è perché nessuno li ha aiutati a restare sulla strada. Genitori, insegnanti, educatori dello sport, ma anche psicologi, assistenti sociali… sono queste le figure che devono occuparsi di loro, di certo non gli agenti di custodia di un carcere minorile.

«La violenza giovanile – si legge nel consigliatissimo report “(Dis)Armati”, pubblicato di recente da Save the Children – è un fenomeno complesso, inestricabilmente legato all’età evolutiva in cui si manifesta e risultato di una frattura sociale che si è aperta nel tempo. Un fenomeno alimentato da vuoti educativi, solitudine, mancanza di spazi e di occasioni di crescita, nonché da istanze rivendicative quali reazioni, non giustificabili, ma neanche ignorabili, ad ingiustizie sociali sostanziali in termini di accesso a opportunità, beni e servizi. A ciò si aggiunge uno scarso riconoscimento da parte del mondo adulto, che spesso fatica ad ascoltare davvero i giovani e a coglierne i bisogni più profondi».

Finché saranno percepiti come un problema della società, resteranno sostanzialmente fuori da questa, cresceranno in un mondo tutto loro e i social, in questo, proprio non aiutano. Fino a che non riusciremo a dialogarci, a riconoscerli, non resterà altro che punirli, reprimerli, peggiorando la situazione.

Il Direttore Editoriale

Matteo Picconi

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