
Il circolo della dipendenza affettiva
Le chiamano nuove dipendenze: non nascono da sostanze, ma da relazioni e comportamenti. È il caso della dipendenza affettiva: una dinamica che ha origini lontane, ma che solo di recente abbiamo iniziato a comprendere meglio, e il cui studio sta portando a nuove prospettive su come aiutare chi vive un rapporto violento o disfunzionale. Per capire come riconoscerla e affrontarla ne discutiamo con la psicoterapeuta Maria Chiara Gritti
di Vanessa Fieschi
La ragazza che rimane nonostante il fidanzato la picchi. L’amica sempre pronta a soddisfare ogni nostro capriccio. La brava bambina che non dà mai preoccupazioni. Storie diverse, eppure unite dallo stesso filo rosso. È il filo che affiora ogni volta che, davanti a una relazione violenta o disfunzionale, ci chiediamo: “Perché non se ne va?”. Come se la libertà fosse un interruttore da premere. Come se bastasse decidere. Ma il corpo non funziona così. Non ha interruttori: ha memorie, allarmi, automatismi di sopravvivenza. In certe relazioni – con un partner, un’amica, un genitore – non è solo una questione emotiva. È una vera e propria chimica che alterna paura e sollievo, vuoto e ricompensa. Un sistema che tiene agganciati anche quando si soffre. Un circolo vizioso che oggi sappiamo chiamare con un nome: dipendenza affettiva. Per seguire questo filo e capire cosa accade davvero in queste dinamiche, abbiamo intervistato la dott.ssa Maria Chiara Gritti, psicoterapeuta, docente e fondatrice di “Centro Dipendiamo”, punto di riferimento nello studio delle nuove dipendenze relazionali.
Dott.ssa Gritti, come ha iniziato a occuparsi di dipendenza affettiva?
Quando ho iniziato a lavorare, circa vent’anni fa, ero in un consultorio. E lì mi colpì qualcosa che allora non sapevo ancora nominare: incontravo donne competenti, realizzate, forti nella vita, ma fragilissime nelle relazioni. Restavano per anni in rapporti disfunzionali, si accontentavano di briciole affettive pur di non perdere il legame. Mi colpiva questo contrasto: tanta competenza nella vita, tanta vulnerabilità nelle relazioni intime. All’epoca non si parlava quasi di dipendenza affettiva. Non c’era una categoria clinica chiara. Ho iniziato così a osservare, a interrogarmi, a cercare modelli che spiegassero quei comportamenti. Col tempo ho capito che non era “sfortuna in amore” ma un meccanismo ricorrente, con una sua logica interna: quella della dipendenza. È da lì che è nato il mio lavoro, dal bisogno di dare un nome e un percorso di cura a una sofferenza che allora non aveva spazio.
Che cosa intendiamo oggi con il termine “dipendenza affettiva”?
Quando parliamo di dipendenza affettiva ci riferiamo a una modalità patologica di vivere la relazione, una forma di legame in cui la persona arriva a rinunciare ai propri bisogni, ai propri confini e persino al proprio spazio vitale pur di non perdere l’altro. Non è un semplice “amare troppo”, come spesso viene banalizzato: è attribuire al partner la funzione di unica fonte di gratificazione e di regolazione emotiva. In questo senso la dipendenza affettiva rientra nelle new addiction, cioè nelle nuove dipendenze comportamentali in cui…
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