Minacce ibride: la guerra che entra nella mente

Minacce ibride: la guerra che entra nella mente

Droni esplosivi, robot pilotati e non solo. La battaglia della disinformazione per destabilizzare uno stato ha un nome: “guerra cognitiva”. Se i conflitti non si combattono più soltanto sul campo, ma anche nello spazio delle informazioni, la sicurezza passa dalla capacità di difendersi da attacchi che colpiscono infrastrutture, società e capacità di giudizio. Dalla manipolazione dei contenuti sui social alla costruzione di narrazioni capaci di alimentare paura e sfiducia. Ne abbiamo parlato con il professor Alessandro Sterpa

di Laura Ghiandoni

Con il caso del drone individuato nell’aeroporto di Lipsia, in Germania – nodo strategico per il supporto all’Ucraina – è tornata pubblicamente al centro la questione delle minacce ibride. Il termine, finora utilizzato soprattutto in ambito di intelligence, descrive un conflitto difficile da individuare e attribuire. Già nel 2024, con il primo pacco esploso all’interno dello stesso aeroporto, si era parlato di un possibile attacco da parte di “potenze straniere”, senza che queste venissero identificate. Nell’ultimo caso, invece, è stata accusata la Russia, che ha negato ogni responsabilità. L’incognita principale sembra essere proprio capire chi stia facendo guerra a chi.

In questo panorama apparentemente confuso, le tradizionali armi dei conflitti convenzionali e le canoniche dichiarazioni di guerra tra Stati sembrano essere i tasselli mancanti agli occhi dei cittadini, incerti se considerare questi episodi veri e propri atti di guerra. Ma se di questi attacchi si parla soprattutto negli ambienti tecnici e della difesa, ormai l’esistenza di una nuova dimensione del conflitto è evidente. Il tema della guerra cognitiva si inserisce nell’ambito delle minacce ibride come una forma di conflitto che ha l’obiettivo di indebolire uno Stato dall’interno, attraverso la confusione, la disinformazione e l’incertezza indotta.

Per fare chiarezza sul tema, Dossier Sicurezza ha intervistato Alessandro Sterpa, professore di Diritto costituzionale nell’Università degli Studi della Tuscia e curatore insieme a Roberto Sgalla di “Guerra cognitiva e sicurezza nazionale: profili giuridici e istituzionali”, nonché autore del volume “La difesa della democrazia dalle minacce ibride”. Entrambe i volumi sono stati pubblicati da Editoriale Scientifica.

Professor Sterpa, che cosa cambia rispetto alla guerra tradizionale?

Fino a oggi siamo stati abituati a collegare il concetto di guerra alla mobilitazione fisica di aeronautica, esercito e marina, al superamento dei confini attraverso l’occupazione del territorio e all’assoggettamento di parti della popolazione al dominio di un altro Stato. Quella dimensione della guerra è ormai superata: oggi la guerra non presuppone necessariamente l’impiego di questi strumenti ma punta alla scomposizione dello Stato dall’interno, agendo sulla parte cognitiva dei soggetti che fondano l’ordinamento giuridico e minando la loro fiducia nei concittadini e nelle istituzioni. Si è compreso che esiste un sesto dominio del conflitto: dopo terra, mare, cielo, spazio e cyber, il nuovo territorio è la mente umana.

Nel dettaglio, che cosa significa?

Grazie alla rete internet e ai social media, da fuori dei confini nazionali si può raggiungere l’individuo e condizionare la sua capacità di comprendere i fenomeni, di analizzarli e di decidere: per esempio nel momento elettorale piuttosto che in qualunque altro momento in cui si rapporta con suoi concittadini e con le istituzioni. Questa rottura dall’interno è un fenomeno che ormai si osserva da anni e che sta mobilitando tutti in una conflittualità nuova rispetto alla guerra tradizionale. Il fatto che non sentiamo l’odore del bruciato o non vediamo il sangue e la terra non vuol dire che non sia guerra, perché noi associamo la parola guerra a un significato tradizionale. Oggi va aggiornata con questa nuova dimensione conflittuale, che non è meno pericolosa perché non ha una fisicità impattante e visibile.

In che senso questa forma di conflitto può destabilizzare uno Stato?

Scompone dall’interno lo Stato e quindi distrugge il patto di fiducia fra il cittadino e le proprie istituzioni. Per esempio, un governo instabile che deve decidere se spendere dei soldi per armarsi è più difficile che possa farlo. I nostri nemici depotenziano la nostra capacità decisoria. Questo, peraltro, è più facile che avvenga rispetto al passato, non solo perché la rete e i social media hanno cambiato le modalità di comunicazione, ma anche perché…

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