Animal Machines: oltre le “fabbriche di carne”

Animal Machines: oltre le “fabbriche di carne”

Animal Machines, pubblicato per la prima volta in Italia da FrancoAngeli, ha svelato la trasformazione degli animali in semplici macchine da carne industriali. A distanza di oltre mezzo secolo dalla coraggiosa inchiesta di Ruth Harrison, Ermanno Giudici evidenzia la perdurante attualità dello studio e la necessità di superare questo modello per ridurre le sofferenze, i danni ambientali e i rischi sanitari, in nome di un maggiore rispetto delle caratteristiche etologiche degli animali. Dossier Sicurezza lo ha intervistato

Michele Turazza

“Animal Machines”, uscito negli anni ’60, può essere considerato la prima inchiesta documentata sulle condizioni di “vita” degli animali negli allevamenti intensivi britannici: quali tematiche sono anticipate nello studio di Harrison?

Questo libro è stato un importante punto di partenza, la prima inchiesta, che ha portato al disvelamento di una realtà che era ancora sconosciuta: la trasformazione del mondo agricolo, fino ad allora conosciuto, con una transizione verso le “fabbriche di proteine”, nelle quali gli animali contavano (e contano) molto poco in termini non tanto di diritto alla vita, ma di diritto a un’esistenza almeno dignitosa.

Una lettura ancora attualissima.

Sì, perché se molte cose sono state fatte – rispetto a quanto indicato da Harrison – per migliorare le condizioni di vita degli animali d’allevamento, restano ancora tantissime criticità irrisolte. La strada per ottenere condizioni di vita almeno “dignitose” nelle “fabbriche di carne” è ancora in massima parte da percorrere, sperando che a breve la carne coltivata possa sopperire alle necessità che richiede il mercato, senza causare sofferenza agli animali. Serve un cambio di visione che porti a considerare gli altri animali come individui e servono maggiori e più stringenti controlli sugli allevamenti. Se, da una parte, le norme pongono paletti per migliorare le condizioni di vita degli animali degli allevamenti intensivi, i controlli sono pochi e scarsamente incisivi e la maggioranza degli animali continuerà a patire inutili e crudeli sofferenze. Per questo serve maggior attenzione, formazione e preparazione sui temi del maltrattamento degli animali in generale e una maggior autonomia operativa della Polizia Giudiziaria rispetto agli accertamenti veterinari.

Cosa intendeva l’Autrice definendo “macchine da carne” gli animali degli allevamenti intensivi e quali sono le implicazioni etiche?

L’industrializzazione degli allevamenti, passati dall’essere considerati come “compagni di vita” dei contadini a mero oggetto di profitto, ha spezzato ogni legame fra uomini e animali, che sono diventati numeri, misurabili in chili di prodotto e non in vite. La nostra società, in questi ultimi anni – grazie anche alle inchieste giornalistiche – ha scoperto cosa si nasconde dietro quel pezzo di carne che trova al supermercato ed è per questo che l’industria ha smesso di presentare immagini di maiali felici e di vacche libere nei prati: meglio separare con decisione l’immagine del prodotto da quella dell’animale, in modo da non alimentare riflessioni etiche che possano arrivare a danneggiare il mercato, che peraltro è comunque in costante calo nei consumi di derivati animali. I consumatori iniziano a comprendere la dissonanza cognitiva che alimenta diverse visioni e diversi diritti per gli animali che vivono con noi e quelli che vengono usati per l’alimentazione.

Com’è stato influenzato il dibattito sul benessere degli animali dalla ricerca di Harrison?

Harrison ha scoperchiato il vaso di Pandora, facendo conoscere la realtà degli allevamenti intensivi, la totale mancanza di attenzione verso i diritti degli animali, in un tempo in cui queste questioni erano sconosciute ai più. Quello dell’Autrice era un periodo storico in cui i diritti degli animali costituivano un contenuto privo di un reale contenitore che potesse amplificare le questioni etiche che andavano pian piano a stratificarsi. Harrison ha avuto il grandissimo merito di costringere il governo britannico a occuparsi del problema, tanto da far istituire il “Brambell Committee” che, grazie all’attenzione di Roger Brambell, portò alla definizione delle “Cinque libertà” che per moltissimo tempo hanno…

LEGGI L’ARTICOLO COMPLETO: ABBONATI A DOSSIER SICUREZZA. Per informazioni clicca qui
CATEGORIES
TAGS
Share This