La “famiglia del bosco” e il ruolo dei servizi sociali

La “famiglia del bosco” e il ruolo dei servizi sociali

Tra talk show, social e pagine di cronaca, il caso della “famiglia nel bosco” ha scatenato i pareri di esperti e politici, dividendo anche buona parte dell’opinione pubblica, soprattutto su un tema delicato come la tutela dei minori. Ma nel marasma dei giudizi è mancata una vera comprensione della professione dell’assistente sociale, oggi schiacciata tra aspettative diverse e conflittuali, e del suo ruolo complesso e mal supportato dalle istituzioni. Analisi, critica e riflessioni dalla pancia del sistema

Laura Ghiandoni

 

La storia della “famiglia del bosco” è un caso mediatico e politico che continua a far parlare di sé. Sono trascorsi pochi giorni da quando il Tribunale ha stabilito che Catherine, la madre dei tre minori, potrà vedere i figli due volte a settimana anziché una. L’incremento degli incontri è maturato nel corso di un confronto tra le diverse parti coinvolte: i genitori, la tutrice dei minori, le operatrici del Servizio sociale competente e la direttrice della casa famiglia di Vasto, dove i bambini sono ospitati dallo scorso novembre. A rendere noto l’accordo è stato l’avvocato Simone Pillon, legale della famiglia, che attraverso una nota ha espresso soddisfazione per l’esito dell’incontro, segnando un passo avanti nella gestione di un percorso di tutela che resta al centro dell’attenzione mediatica e istituzionale dell’Abruzzo.

La mancata scolarizzazione dei tre bambini – il diritto negato all’istruzione – sembra sia stato la leva che ha avviato il motore del sistema, la goccia che ha fatto traboccare il vaso. E mentre continuano, ormai da molti mesi, gli interventi di politici ed esperti in una maratona di giudizi e considerazioni, su televisione e web, alcuni aspetti della vicenda sembrano rimanere confusi, all’interno di un contesto – il mondo dell’assistenza sociale – che per chi non è del settore, ha confini molto poco definiti.

Se da un lato la vicenda che ha interrogato una nazione continua a rappresentare argomento di dibattito, dall’altro lato non sembra sia giunta ai cittadini – né emergere nella nicchia di esperti – una vera e propria riflessione o analisi sul servizio offerto dalle professionalità in gioco, tra cui quelle degli stessi assistenti sociali. Questo nonostante gli operatori siano sempre più spesso vittime di giudizio o anche vittime di aggressioni vere e proprie.

Ad aprile, infatti, il tribunale, il comune, la questura, la sede dei servizi sociali di Vasto e l’area nei pressi della casa famiglia che ospita i bambini della famiglia Trevallion sono stati presi di mira da una serie di raid vandalici. Sulle pareti delle strutture sono comparsi insulti, i nomi di alcuni assistenti sociali e svastiche naziste disegnate sui volti dei professionisti. Gli episodi, estesi anche ad alcune località di Toscana e Umbria, sono stati condannati duramente dalla presidente nazionale dell’Ordine degli assistenti sociali, Barbara Rosina, insieme alle presidenti regionali di Abruzzo, Toscana e Umbria. La presidente ha chiesto protezione per i lavoratori e l’immediata identificazione dei responsabili, sollecitando una presa di posizione istituzionale a salvaguardia di chi opera sul territorio nei contesti più difficili.

Ruolo e criticità dell’assistente sociale

Sulla situazione della “famiglia nel bosco” abbiamo interpellato Simona Regondi, Presidente dell’Ordine Assistenti Sociali della Lombardia: «C’è ampia differenza tra chi sta valutando il caso, con tutti gli elementi alla mano, e chi invece giudica. Mancano le informazioni raccolte nelle relazioni degli esperti e non possono emergere perché c’è il segreto professionale. – e aggiunge – In questo caso si è instaurato un tribunale mediatico che al momento è sconfessato dal vero tribunale, ed è necessario evidenziare che è stata violata la privacy dei minori e il loro diritto a dimenticare». Il diritto a dimenticare, noto giuridicamente come diritto all’oblio, è la garanzia che le…

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