
Famiglie, l’odissea di una madre inascoltata
La vicenda della famiglia nel bosco ha suscitato indignazione pubblica ma le storie di madri vittime di violenza o di tratta accusate di non essere idonee alla genitorialità restano quasi sempre invisibili. La testimonianza di Elisa, nome di fantasia, mostra come il sistema sia in grado di offrire protezione attraverso strutture consolidate ma possa anche generare conseguenze dannose proprio per le vittime che dovrebbe tutelare
di Laura Ghiandoni
«Facevo la spesa per la festa di compleanno della mia bambina quando gli operatori del centro d’accoglienza mi hanno chiamata: “Vieni subito a casa”, hanno detto. Torno e mi portano dall’assistente sociale: lì mi tolgono la bambina. Questo accade il 16 marzo, ricordo la data perché il compleanno della mia bambina è il 17 marzo, il giorno dopo».
Elisa (nome di fantasia) racconta la sua storia di donna vittima di tratta, accusata di non essere una buona madre. «Mi hanno separata per alcuni mesi dalla bambina nonostante il giudice avesse dato indicazioni diverse e non mi hanno dato un’occasione per spiegare che cosa fosse successo e perché la bambina riportasse ferite sulla schiena». Per capire che cos’è accaduto a Elisa e alla sua bambina serve tornare indietro di qualche anno, al giorno in cui riceve una chiamata dalla Nigeria, nel 2016. Sullo schermo del telefono c’è il numero della madre, ma a parlare è la voce di un uomo: “Sono qui con tua mamma e tuo fratello”. È la minaccia di un trafficante di esseri umani: le sta dicendo che l’ha ritrovata, sa dove abita la sua famiglia e che dovrà tornare a prostituirsi. Dopo questa chiamata, se lei cercherà di liberarsi, saranno i suoi familiari a subire le ritorsioni.
Da quel momento la donna si ritrova riagganciata ad un’organizzazione criminale che in Libia la teneva segregata in una connection house, una struttura gestita da trafficanti nella quale sono raccolti i migranti in viaggio per l’Europa. Le persone qui rinchiuse vengono mantenute in condizioni di sfruttamento e schiavitù e le donne sono costrette alla prostituzione. Il motivo dello sfruttamento, secondo l’organizzazione criminale, è la restituzione di un debito maturato nel viaggio dalla Nigeria. Elisa racconta: «Lì nelle connection house c’erano altre donne come me obbligate a prostituirsi e c’erano le guardie armate davanti alla porta d’uscita per non farci scappare. Ci picchiavano e ci ricattavano con la scarsità di cibo».
Il «miraggio di un lavoro onesto»
Tutto inizia nel 2015. Elisa decide di lasciare Benin City, dove vive con la sua famiglia di agricoltori, sperando di poter studiare da segretaria. Tutta la sua storia è raccolta in…
LEGGI L’ARTICOLO COMPLETO: ABBONATI A DOSSIER SICUREZZA. Per informazioni clicca qui