Canapa light e Articolo 18

Canapa light e Articolo 18

L’associazione Canapa Sativa Italia (CSI) racconta l’impatto del Decreto Sicurezza sulla filiera, le sfide legali e la visione per il futuro del settore in Italia. Intervista al presidente Mattia Cusani

di Vittorio Vannutelli

Negli ultimi mesi, l’articolo 18 del Decreto Sicurezza ha innescato un acceso dibattito sul futuro della canapa light in Italia. La norma, entrata in vigore nel 2025, sembrerebbe voler vietare la detenzione, il commercio e la lavorazione delle infiorescenze di canapa seppur prive di effetti psicotropi, creando insicurezza e quindi preoccupazione nella filiera italiana.

Per fare chiarezza sulle conseguenze economiche, giuridiche e sociali di questa norma, abbiamo dato voce a Mattia Cusani, attuale presidente di Canapa Sativa Italia (CSI), l’associazione nazionale che unisce tutti gli operatori del settore della canapa: dal mondo agricolo alla trasformazione, fino alla ricerca e distribuzione su tutto il territorio nazionale.

Qual è secondo lei il principale errore commesso dal legislatore nell’introdurre l’articolo 18 del decreto sicurezza?

Mattia Cusani, presidente dell'associazione Canapa Sativa Italia (CSI)

Mattia Cusani, presidente dell’associazione Canapa Sativa Italia (CSI)

Tra i tanti, la mancanza di offensività in concreto. Per rispondere mi occorre fare un passo di lato e indietro e ripercorrere alcuni dati salienti. La canapa industriale è legale grazie alla Legge 242/2016: si può coltivare in tutto il paese la Cannabis sativa L. scegliendo le sementi di varietà iscritte al catalogo UE per usarla per fini industriali, ornamentali/florovivaistici, tessili e alimentari secondo le regole europee. In campo opera un limite di tolleranza fino allo 0,6% THC ai sensi della L. 242/2016 ai fini della non responsabilità del coltivatore; per gli usi e i prodotti finiti valgono le norme di settore e il vaglio dell’offensività in concreto. Le varietà autorizzate alla coltivazione in Italia contengono circa 142 cannabinoidi distribuiti su tutta la pianta (fiore, foglie) ma quello presente in maggiori quantità è il cannabidiolo (CBD). L’art.18 del D.L. 48/2025, convertito in Legge 9 giugno 2025, n. 80 (c.d. decreto sicurezza) rimanda invece le sole infiorescenze della canapa alla Legge 309/90. Il CBD non ha efficacia drogante e non crea dipendenza come provato da innumerevoli studi su umani ed animali. La normativa penale italiana afferma che non può esserci un reato in mancanza di offensività in concreto. La Cannabis Sativa L. – definita tecnicamente Canapa Industriale e, con una sintesi giornalistica impropria, cannabis “light” – come dicevamo è legale in Italia grazie alla legge 242/16 e grazie al fatto che con tracce di THC entro i limiti, non è stupefacente, quindi è in regola anche con il Testo Unico sugli Stupefacenti, la L: 309/90. Il cannabidiolo si trova peraltro anche in altre specie botaniche, per esempio nelle foglie del luppolo. I derivati privi di efficacia drogante non integrano condotte penalmente punibili ai sensi della 309/90, secondo il principio di offensività. Il CBD ha alcune indicazioni autorizzate per farmaci indicati per specifiche patologie (ad esempio trattamenti anticonvulsivi ed antiepilettici, coadiuvante nel trattamento della sclerosi multipla). Per i prodotti non medicinali valgono i regimi di settore (cosmetico, alimentare/novel food). Che il CBD non sia stupefacente come l’altro cannabinoide più conosciuto, il THC, è stato recepito anche dalle istituzioni legislative internazionali, oltre che stabilito dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Il 19/11/2020, con la sentenza 141, la Corte di Giustizia Europea afferma infatti che il CBD naturale estratto dalla pianta di cannabis non deve essere considerato una droga ai sensi della Convenzione Unica delle Nazioni Unite sugli stupefacenti del 1961. La stessa Convenzione Unica è stata revisionata dall’ONU il 2/12/2020 in base alle raccomandazioni dell’OMS, decretando una svolta storica sull’uso terapeutico riconosciuto alla pianta. Fino al 4 febbraio il CBD era autorizzato tra gli ingredienti cosmetici solo in forma sintetica, ma il 4 febbraio 2021, la Direzione Generale del mercato interno, dell’industria, dell’imprenditorialità e delle PMI (DG Grow) della Commissione Europea (CE) ha modificato questo orientamento e aggiunto il cannabidiolo (CBD) estratto dalla pianta all’interno del catalogo CosIng per la cosmesi. La progressiva e parziale liberalizzazione della cannabis, agli inizi del XXI secolo, ha consentito l’avvio di molte ricerche sui possibili utilizzi umani del CBD: a partire dal 2017, quando l’OMS dichiarò che il CBD non era tra le sostanze controllate, la ricerca clinica sul CBD ha iniziato a contare su sempre più studi relativi ad ansia, cognizione, disturbi del movimento e dolore, cancro.

La vostra associazione ha già avviato azioni legali o politiche per contrastare una interpretazione restrittiva dell’articolo 18? Quali risultati vi aspettate da queste iniziative?

Abbiamo intrapreso numerose azioni legali e supportato grazie al nostro servizio legale molti associati negli ultimi anni, non solo negli ultimi mesi a causa del DL Sicurezza. La norma, così come formulata, ha generato interpretazioni restrittive sul ruolo delle infiorescenze. Per CSI, però, l’art. 18 non introduce un divieto assoluto: va letto in chiave ricognitiva e conforme al principio di offensività, lasciando lecite le attività quando manca l’efficacia drogante. Quello che stiamo facendo nei tribunali è semplice e solo nell’ultima settimana cinque tribunali ci hanno dato ragione, senza contare quelli che lo avevano già fatto lo scorso mese, da nord a sud del Paese, isole comprese: far mettere in chiaro, nero su bianco, che a fini leciti e con assenza di effetto drogante, sequestri e arresti non siano più materia di interpretazioni “creativamente proibizioniste”. Gli imprenditori arrestati vengono rilasciati e possono continuare i loro raccolti in campo. I contribuenti italiani pagano con le loro tasse azioni di sequestro e di collegi giudicanti inutili ed i raccolti spesso sono inutilizzabili dopo queste procedure, assai costose per i malcapitati che agiscono legalmente grazie alla legge 242 e al principio di non offensività per cui sono a norma anche della Legge 309/90. Faccio un doveroso passo indietro per ricostruire la genesi di questo abominio legislativo. Nel cosiddetto DDL Sicurezza, progetto di legge storicamente sostenuto da Lega e FdI viene inserito da mano governativa l’emendamento 13.06 divenuto poi art.18 del cd “decreto sicurezza” che, cercando di richiamare la sentenza delle Sezioni Unite della Cassazione del 2019 sulla canapa, ribadisce il divieto già statuito, ma lo fa senza la necessaria formula che la Cassazione aveva inserito, la formula che specificava esplicitamente di escludere la punibilità per la produzione, vendita e commercializzazione di canapa quando priva di effetti droganti, quindi il necessario richiamo al principio di offensività. L’Emendamento 13.6 (“Misure aventi ad oggetto le infiorescenze della canapa e dei prodotti da esse derivati”) viene approvato a notte fonda tra il 31 luglio e il 1° agosto 2024 nelle commissioni congiunte Affari Costituzionali e Giustizia della Camera. Questo emendamento sembra voler introdurre una stretta sulle infiorescenze di cannabis light che non potrebbero essere né coltivate, né esportate, né lavorate, omettendo la formula inderogabilmente presente nell’ordinamento che chiariva che tale divieto si può costituzionalmente applicare solo a derivati in concreto stupefacenti, altrimenti verrebbe meno il principio di offensività. Una norma non può rendere stupefacente qualcosa che non lo è. Vorrei ricordare anche che il DDL Sicurezza viene approvato alla Camera dopo lunghi lavori, ma senza aspettare il termine della discussione e la votazione finale al Senato, dove viene sostituito con un decreto di urgenza (poi convertito in legge) divenuto noto come Decreto Sicurezza. È tra l’altro diventato da un giorno all’altro legge ad aprile 2025, proprio nei giorni in cui si svolgeva la più grande fiera italiana del settore della canapa, l’Indica Sativa Trade.

In che misura, a suo giudizio, la nuova normativa italiana è in conflitto con il diritto europeo sulla canapa light?

Questo decreto-legge colpisce la stabilità del nostro settore, ma soprattutto sembrerebbe mettere in dubbio alcuni diritti fondamentali di uno Stato di diritto. A dare ragione agli operatori della canapa interviene immediatamente l’ufficio del Massimario della Suprema Corte di Cassazione penale con la Relazione n°33 di giugno 2025 dove chiarisce che per evitare una chiara incostituzionalità e un evidente contrasto con la normativa europea, l’art.18 non può che essere interpretato in senso meramente ricognitivo della sentenza di cassazione del 2019. Per poter essere costituzionale e in linea con la normativa UE, l’art. 18 secondo il Massimario della Cassazione può essere interpretato solo come ricognitivo e quindi confermando il divieto su ciò che era già vietato prima: solo ciò che è stupefacente. Non può vietare la canapa non stupefacente con bassi valori di THC e contenente CBD commercializzata fino ad allora e a oggi. Non appena CSI ha saputo dell’emendamento 13.06, l’associazione ha segnalato a Bruxelles possibili profili di contrasto con il diritto UE, anche in tema di mancata notifica del DL Sicurezza al TRIS. La segnalazione è al vaglio delle autorità europee. Il TRIS (“Technical Regulation Information System”) è il sistema dell’Unione Europea che richiede agli Stati membri di notificare le nuove regolamentazioni tecniche che limitano il libero scambio, prima della loro adozione. La coltura della canapa industriale, al pari di altre piante le cui varietà sono iscritte nei registri agricoli delle varie nazioni europee, è inoltre destinataria dei fondi agricoli PAC (“Politica Agricola Comune”) sia se coltivata in pieno campo sia se coltivata indoor.

Avete avuto interlocuzioni con il Governo o con il Parlamento per proporre modifiche o correttivi alla legge? Se sì, che tipo di risposte avete ricevuto?

CSI è sempre stata tra le associazioni di filiera più attive in tutte le possibili interlocuzioni con il governo: oltre a promuovere a nostre spese dossier e studi che abbiamo presentato alle istituzioni e alle Commissioni Agricoltura negli anni, con impegno è riuscita a essere rappresentante istituzionale del settore nell’ambito del tavolo ministeriale di filiera presso l’allora MIPAAF, indetto dalla ministra Teresa Bellanova. Il tavolo nasce nel 2020 e si riunisce la prima volta nel 2021. Avrebbe dovuto concludere i lavori e pubblicare un piano di settore entro il 2024, ma ad oggi è interrotto dal cambio di governo e purtroppo senza ancora aver presentato il Piano di Settore su cui i lavori, seppure a grande fatica, si erano svolti e completati. Da allora la riunione e richiesta di discussione della materia al tavolo tecnico è diventata una richiesta comune non solo tra le associazioni di settore che ne hanno fatto parte ma anche delle grandi organizzazioni di categoria come Confagricoltura, Coldiretti, Cia, Copagri, CNA e molte altre che hanno richiesto la sua riunione. Anche il CREA e le università coinvolte e partecipi ai lavori hanno prodotto tanti elementi utili allo sviluppo di questa filiera, contributi di conseguenza frustrati dall’assenza di riunioni e di posizioni. Al momento non c’è ufficialmente una delega alla canapa, ma il sottosegretario al Masaf, La Pietra, ha dichiarato di seguire la faccenda per riavviare il tavolo. Il Piano già c’è, si tratta del lavoro fatto fino ad oggi presso le istituzioni e potrebbe essere utilizzato fin da subito. Pochi giorni fa, intervenendo alla presentazione di un libro, un sottosegretario dell’attuale governo ha infatti detto che è intenzione del ministro Lollobrigida riaprire il tavolo. Salutiamo questa notizia con grande interesse.

Qual è l’impatto stimato dell’articolo 18 sulla filiera della canapa in Italia, in termini di posti di lavoro e di fatturato perso?

© Canapa Sativa Italia

© Canapa Sativa Italia

Per una volta non vogliamo citarvi i nostri studi ma la politica italiana. Ad aprile di quest’anno, fatto mai accaduto nella recente storia repubblicana italiana, tutti gli assessori all’agricoltura delle regioni italiane (indipendentemente dall’appartenenza politica) hanno scritto al ministro Lollobrigida. «La filiera della canapa italiana rappresenta oggi un patrimonio economico e produttivo di primissimo piano: un comparto 100% Made in Italy, stimato in oltre 22000 posti di lavoro e 2 miliardi di euro di fatturato compreso l’indotto del solo fiore di canapa in Italia, escluso l’export ed esclusi i derivati trasformati. A sostenere questa economia sono circa 3.000 aziende distribuite lungo tutta la Penisola e oltre 22.000 posti di lavoro diretti e indiretti, che spaziano dalla coltivazione in campo aperto, ai laboratori di analisi fino al commercio di infiorescenze. Le prime ripercussioni del nuovo quadro normativo sono già evidenti: aziende che trasferiscono la sede commerciale all’estero, scorte di prodotto ferme nei magazzini per milioni di euro, progetti di investimento sospesi. Un intero settore che rischia di essere compromesso, proprio nel momento in cui stava conquistando un ruolo strategico nell’economia agricola e nell’innovazione agroindustriale italiana. In seduta straordinaria del 29 aprile 2025, la Commissione Agricoltura della Conferenza delle Regioni, presieduta dall’assessore veneto Federico Caner – si legge nel comunicato – ha approvato all’unanimità un ordine del giorno che chiede al Governo di correggere o eliminare l’art. 18 del decreto sicurezza». Tra i firmatari vi sono anche 14 Regioni guidate dal centro-destra che chiedono di correggere il provvedimento varato dallo stesso schieramento al Governo, paventando un possibile ricorso alla Corte Costituzionale per conflitto di attribuzione su agricoltura e salute oltre che una procedura d’infrazione UE: la limitazione della coltivazione, ma non dell’importazione, vìola infatti il principio di libera circolazione delle merci. Sull’impatto ad oggi del solo DL Sicurezza, dal lato CSI possiamo dirvi che negli ultimi mesi su 3000 imprese già 30 hanno subìto ingenti danni da sequestri immotivati e molte hanno deciso di togliere le infiorescenze dalle loro attività per alcuni mesi, pregiudicando gli incassi necessari ai loro bilanci ed anche gettito per le casse dello Stato. Molti dei nostri soci continuano a vendere un prodotto legale, ma chi resta aperto deve sostenere economicamente eventuali spese legali da affrontare e peggio ancora l’ansia data dalla confusione e da interpretazioni restrittive sul fiore non stupefacente che non sarebbero né costituzionali, né in linea con il diritto europeo. Insomma un vero cortocircuito! Accanto all’impatto di questa ultima legislazione, mi permetta di fare un passo indietro perché la libertà di impresa dei coltivatori e trasformatori di canapa industriale viene minacciata da tempo e da schieramenti bipartisan. I nostri pool di avvocati sono al lavoro su quattro azioni legali nazionali ed internazionali e affrontiamo campagne di comunicazione sulle frequenti violazioni di legge che i nostri soci devono affrontare in fase di controllo. Gli avvocati stanno registrando naturalmente numerosi successi. L’impegno finanziario a cui sono obbligati i soci di Canapa Sativa Italia e tutte le aziende del comparto per fare fronte a tutti questi provvedimenti da contestare – che producono immotivati sequestri in campo, in magazzino e nei negozi – è notevole. Ogni provvedimento comporta anni di incertezza, la commissione di nuovi studi, l’audizione di pareri di esperti e numerosi gradi (senza considerare i ricorsi opposti dai soccombenti) per una spesa – difficile da quantificare – che va dai 5000 soltanto per il deposito del ricorso fino ai 100.000 euro. Un ingiustificato costo di impresa che ricade su giovani imprenditori del settore, già provati dalla difficile congiuntura economica causata proprio dal clima incerto e dalla continua decretazione, spesso d’urgenza, su materie già normate da una legge nazionale e correttamente interpretate dalla sentenza 2019 della Cassazione a Sezioni Unite. Uno spreco di risorse pubbliche che ricade anche sulla collettività. Il governo italiano ripresenta spesso legislazioni o decretazioni configgenti con norme di comparto e con capisaldi del diritto comunitario, provocando ingiustificate pesanti mortificazioni alla libertà di impresa. Iniziamo dal 2020, dove il cosiddetto “Decreto Speranza” (dal nome del ministro della Salute di sinistra, LEU) viene scritto, poi sospeso ma non cancellato per essere dopo anni ripescato e approvato da Schillaci (ministro della Salute di destra). L’ex ministro Speranza (Articolo 1, ex PD), con quel decreto emanato durante la pandemia (dicembre 2020), tenta di “regalare” il CBD in esclusiva al settore farmaceutico, ma in seguito a vibranti proteste del nostro settore il decreto fu sospeso. Non fu mai annullato e successivamente, come spiego tra un attimo, è stato riportato in vigore. Altro ministro, altra corsa: nel 2021 viene approvato il “Decreto Patuanelli” (cosiddetto “Decreto Officinali”). L’allora ministro dell’Agricoltura Patuanelli (M5S) trasmette alla Conferenza Unificata lo schema del decreto sulle piante officinali previsto dal D.Lgs. 75/2018. Nella versione poi divenuta DM 21 gennaio 2022, è stata inserita all’ultimo una forzatura che accende la miccia: la canapa industriale viene di fatto ricondotta alle sole produzioni da seme, mentre foglie e infiorescenze vengono “parcheggiate” nel Testo Unico sugli stupefacenti (DPR 309/90), con la conseguenza pratica che la coltivazione di infiorescenze sarebbe stata lecita solo salvo autorizzazione farmaceutica del ministero della Salute. Tradotto: un settore agricolo regolare, riconosciuto dalla L. 242/2016, si ritrova improvvisamente con un blocco operativo su parti di pianta che, se prive di effetto drogante, non avrebbero nulla a che vedere con gli stupefacenti. CSI, insieme a un fronte largo di associazioni, impugna subito il decreto: non è solo un problema di metodo, è un tema di sproporzione e di contrasto con la 242/2016. Non si può cancellare con un atto amministrativo ciò che la legge riconosce come usi industriali; e soprattutto non si può far dipendere la liceità da quale parte di pianta sia considerata, ma va appunto stabilita l’offensività in concreto (la presenza o meno di un effetto drogante). Nel febbraio 2023 arriva la svolta: il TAR Lazio (Sez. V), con le sentenze n. 2613/2023 e n. 2616/2023, accoglie i ricorsi e annulla le porzioni del DM che chiudevano la porta su foglie e infiorescenze. I giudici amministrativi dicono con chiarezza ciò che ripetiamo da anni: non si bandisce una parte di pianta in quanto tale, si valuta l’eventuale effetto stupefacente in concreto. Punto. I Ministeri non si fermano e vanno in appello. Siamo così arrivati all’udienza pubblica del 2 ottobre 2025 in Consiglio di Stato, dove abbiamo depositato memorie e dossier tecnici: l’udienza è andata bene e attendiamo la sentenza, con ottime prospettive di conferma. Perché questo passaggio è così importante? Perché questo è un caso simbolo che può chiudere una stagione di fraintendimenti: se il TAR sarà confermato, il DM 21/01/2022 non potrà più essere usato per vietare in via generale foglie e infiorescenze della canapa industriale che rientreranno stabilmente nel perimetro della L. 242/2016; i controlli torneranno a riguardare tracciabilità e offensività in concreto, non la mera morfologia della pianta; e l’assetto italiano si riallineerà ai principi UE di libera circolazione e di proporzionalità. L’11 novembre 2025 il Consiglio di Stato ha rinviato alla Corte di giustizia UE e questo finalmente porterà un chiarimento sovranazionale definitivo che metta finalmente un punto una volta per tutte. Questa battaglia legale ha il potenziale per diventare il primo precedente definitivo che mette in sicurezza la filiera su foglie e infiorescenze e smonta, alla radice, l’idea che si possa tornare a divieti assoluti basati sulle specifiche parti della pianta per decreto. L’attuale Ministro della Salute nel 2024 ha di nuovo approvato il decreto Speranza che voleva inserire gli oli di CBD per uso orale nella tabella dei farmaci a rischio d’abuso, cercando di limitarne nuovamente la vendita alle sole farmacie con prescrizione medica non ripetibile. Questo decreto avrebbe limitato fortemente il settore del CBD, mettendo a rischio diverse filiere industriali come l’erboristica, la cosmetica, la fitoterapia e gli integratori alimentari. Numerosi studi scientifici, inclusi quelli dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) come già dicevamo, hanno dimostrato che il CBD non presenta rischi di abuso o dipendenza. Il CBD non ha effetti psicotropi. Il decreto è stato promulgato inizialmente senza approfondimenti e basi scientifiche per poter giustificare l’inserimento dei CBD tra gli stupefacenti; quindi, insieme alle altre associazioni di settore, abbiamo promosso un nuovo ricorso. L’11 settembre 2024 il Tribunale Amministrativo Regionale (TAR) del Lazio accoglie l’istanza cautelare presentata dall’Associazione Nazionale Canapa Sativa Italia e le altre associazioni e sospende il decreto del Ministero della Salute del 27 giugno 2024. Allora cosa fa il governo? Ritira quel decreto e ne riemette uno nuovo identico, sanato dalla formale carenza di istruttoria grazie a nuovi pareri tecnici presentati da ISS e CSS. Pareri che però presentano studi chiaramente pretestuosi e grandi lacune dal punto di vista scientifico. Per questo le associazioni producono due perizie tecniche: una del Prof. Falasca (chimico farmacologo) e una del Prof. Cialella (medicina legale) che smentiscono punto per punto i recenti pareri di ISS e CSS, organi appartenenti allo stesso Ministero della Salute. Nonostante questo, in un moto di interpretazione per noi non corretto da parte del giudice di primo grado, il ricorso è stato rigettato con un evidente difetto di istruttoria perché non si risponde in maniera imparziale circa le controdeduzioni presentate sui pareri e si è sentenziato senza prima avvalersi di una istruttoria tecnica d’ufficio per approfondire gli aspetti scientifici, appoggiandosi quindi solo ai pareri di ISS e CSS e ad un esasperato principio di precauzione. CSI e le altre associazioni di categoria richiedono quindi l’impugnazione della sentenza del TAR al Consiglio di Stato con gli avvocati di primo grado Simonetti e Miglio e allargando il gruppo legale anche all’ex giudice e Presidente del Consiglio di Stato Sergio Santoro, allo studio Prestige e agli avvocati Libutti e Bulleri. La squadra legale è sostenuta anche da una perizia tossicologica di ChemSafe, istituto di tossicologia regolatoria. Al Consiglio di Stato si prospetta una vittoria per il settore data dalla carenza di istruttoria della controparte oltre che per l’evidente contrasto con la normativa nazionale e soprattutto europea.

Secondo lei, il divieto introdotto dal decreto rischia di favorire il mercato nero invece di tutelare la sicurezza pubblica?

Esiste uno studio di ricercatori italiani presso l’Università di York (Carreri et al. 2019) su questo tema dove si parla di ben 90-170 milioni di euro l’anno tolti alle organizzazioni criminali con un prodotto che non è stupefacente e che quindi non è percepito come un sostituto perfetto. Secondo le nostre stime si parla di 1 milione e 200 mila consumatori che verrebbero lanciati direttamente verso il mercato nero, favorendo le mafie e le economie illegali che non producono gettito tassabile. Tra l’altro, contrariamente a quanto dice il vicepremier e molti ministri, la maggioranza di consumatori di CBD sono over 35.

Come stanno reagendo i piccoli produttori e i rivenditori: più chiusure, più ricorsi legali, o tentativi di riconversione del business?

Sequestri e denunce preventivi, sospensioni di ordini, problemi con alcune compagnie di spedizioni e di sistemi di pagamenti online e interruzioni di rapporti commerciali in questi ultimi mesi hanno determinato un effetto domino che sta spingendo diverse imprese a delocalizzare all’estero in paesi come la Repubblica Ceca dove non ci sono rischi legali oltre al normale e già presente rischio di impresa. Il capitale più prezioso, il tempo e il lavoro umano, rischia di essere cancellato, altro che Made in Italy e sovranità alimentare: migliaia di lavoratori e imprenditori che per anni hanno investito energie, competenze e fiducia in questo settore si trovano oggi disorientati e danneggiati senza un reale mutamento giuridico alla base. Chi resta, come detto, è assistito anche da CSI per i ricorsi ed è coinvolto attivamente in petizioni che stanno già portando i primi importanti successi a livello comunitario. Come l’Interrogazione E-001510/2024, presentata dagli eurodeputati Valentina Palmisano, Mario Furore, Pasquale Tridico, Dario Tamburrano, Carolina Morace e Giuseppe Antoci, riguardante l’emendamento “Cannabis light” nel DDL Sicurezza e la sua compatibilità con il diritto dell’UE, e l’Interrogazione E-001677/2024, relativa alla legittimità del divieto di commercio di prodotti contenenti cannabidiolo (CBD), in Italia presentata da Cristina Guarda.

La Cassazione ha ribadito che la canapa è legale se priva di efficacia drogante. Come si dovrebbe regolamentare questa distinzione in modo chiaro e giusto per tutti?

Le norme ci sono già e anche le pronunce europee. Basta smettere di creare ambiguità con decreti che vengono poi smontati in tribunale e criminalizzano un settore legale, perché lo Stato rischia di incappare in guai peggiori per le finanze pubbliche come costose procedure di infrazione comunitaria e anche cause collettive per la salvaguardia della libertà di impresa. La Corte di Giustizia dell’Unione Europea, con la sentenza C‑793/22 del 4 ottobre 2024, ha già stabilito che gli Stati membri non possono imporre restrizioni alla coltivazione della canapa industriale – comprese la coltivazione indoor e quella finalizzata alla produzione di infiorescenze – se non a fronte di evidenze scientifiche concrete che dimostrino rischi per la salute pubblica. Questi orientamenti giurisprudenziali costituiscono un importante riferimento che il Governo italiano è chiamato a considerare. Per operare una distinzione chiara e giusta per gli operatori e la salute pubblica, andrebbero utilizzati test rapidi e analisi di laboratorio che siano in grado di valutare l’effettiva capacità drogante in concreto dei prodotti. Secondo l’UNODC (l’agenzia ONU che si occupa delle sostanze stupefacenti), per distinguere la canapa non stupefacente dalla Cannabis stupefacente, va analizzato il rapporto tra i cannabinoidi: quando la concentrazione di CBD è maggiore rispetto a quella del THC, il prodotto non è stupefacente secondo l’UNODC.

Guardando all’Europa: ci sono modelli legislativi virtuosi, secondo lei, che l’Italia dovrebbe prendere come riferimento?

Notiamo un trasversale “attacco” al cannabidiolo in tutta Europa e immaginiamo sia spinto dall’erosione che la canapa porta ai giganteschi profitti delle grandi corporation incumbent, attive nei mercati dei farmaci, dell’edilizia e dell’energia. Nessun paese, però, si trova nelle pessime condizioni dell’Italia. Il CBD è legale in tutta Europa e la sua vendita è possibile ovunque. L’Italia è il primo produttore di canapa legale in Europa ed esporta in tutti gli altri paesi. In Repubblica Ceca il quadro normativo è stato stabilizzato anche su prodotti a base di CBD non stupefacenti con regole chiare su sicurezza e immissione sul mercato. Ciò ha permesso la valorizzazione di tutta la filiera e degli investimenti consentendo un grande sviluppo di produzione di canapa alimentare, filati, materiale edile e integratori alimentari

Infine, qual è la sua visione per il futuro della filiera della canapa in Italia nei prossimi cinque anni, considerando l’attuale quadro normativo?

Mattoni di calce e canapa - © Canapa Sativa Italia

Mattoni di calce e canapa – © Canapa Sativa Italia

C’è il rischio che, passata questa ennesima bolla demagogica e restrittiva o le ripetute spallate per regalare la canapa, una su tutte, alle corporation del farmaco, il governo italiano si decida per il monopolio statale della canapa legale, come avviene per la filiera del tabacco. A noi il modello del tabacco e soprattutto della distribuzione controllata che fa arricchire solo i grandi gruppi esteri non piace, preferiamo una filiera più simile a quella del vino, una filiera che valorizzi la provenienza dei prodotti, dell’artigianalità e delle piccole cantine d’eccellenza – un po’ come la birra artigianale, ma non stupefacente (craft cannabis), una filiera con prodotti adatti all’uso umano e adulto. Prendiamo spesso a modello la filiera del vino o del luppolo, perfetta anche per la canapa legale italiana. Immaginiamo un fiore di canapa Italiana che punti alla qualità data dalle dimensioni medio piccole dei suoi produttori, che consenta alta diversificazione e specializzazione, senza favorire, come farebbe il monopolio, grandi gruppi stranieri. Pensiamo che una filiera di questo tipo potrebbe avere grande assonanza con gli ideali dell’attuale maggioranza di governo. La rigidità della distribuzione controllata con un modello uguale al tabacco, rischia di annientare circa il 75% del mercato legale, penalizzando piccole e medie imprese e favorendo solo i grandi operatori. La filiera canapa è invece da valorizzare in tutta la sua estensione (alimentare, fibra per tessuti e architettura) date le incredibili ed uniche doti di questa pianta e il clima ideale che trova in Italia per la sua coltivazione. Occorre implementare per la canapa il modello di economia circolare, perché anche gli scarti della canapa significano (enorme) ricchezza. Immaginate un architetto che voglia costruire una casa di calce e canapa in Italia: comprerà il materiale edile all’estero, arricchendo le imprese francesi che sono le più vicine, perché noi non lo valorizziamo e le nostre aziende produttrici che sono costrette ad extra costi per disfarsi degli scarti preziosissimi che producono in campo. Il nostro Comitato Tecnico Scientifico è al lavoro per promuovere non solo studi e ricerche, ma anche proposte concrete in coordinamento alle altre associazioni di settore. A giugno scorso, al Parlamento Europeo, l’iniziativa internazionale di economia sostenibile, “Hemp for a Thriving Economy” ha rappresentato un’importante occasione di confronto con le istituzioni e le forze politiche sul ruolo strategico della canapa in un’ottica di sviluppo a 360° con progetti che racchiudono innovazione, sostenibilità e bio-economia. L’architetto G. Tiziana Gallo, che abbiamo nominato delegato del nostro comitato tecnico scientifico per la bio edilizia e rigenerazione urbana, è il nostro alfiere per aiutarci ad educare istituzioni e concittadini al ruolo della canapa nella progettazione di case e spazi comuni. Demonizzare il fiore nasconde i gap industriali e tecnologici con i quali i nostri operatori sono costretti a confrontarsi per fare impresa nei loro territori. La canapa è la pianta perfetta per decontaminare suoli, è un super food, consente un’edilizia sostenibile che permette con soluzioni durevoli e totalmente biodegradabili la mitigazione climatica, i tessuti 100% naturali in canapa sono antibatterici e resistenti, un perfetto antidoto al fast fashion. Tornando all’economia agricola, è la coltura più performante per arricchisce i nostri suoli: è ideale come coltura rotazionale per gli agricoltori italiani. Senza scomodare tante teorie economiche, basti pensare alla storia del nostro Paese. Eravamo i primi produttori di canapa e grazie alla Legge 242 gli ettari coltivati a canapa sono cresciuti di nuovo a dismisura. A chi (e perché) fa così tanto paura una pianta?

 

Contatti CSI: ASSOCIAZIONE CANAPA SATIVA ITALIA – Associazione di Operatori della Filiera della Canapa Sativa / www.canapasativaitalia.org / tel: (39) 06 62284120; fax: (39) 06 62202048; Cel – Whatsapp: (39) 350 0882689 / canapasativaitalia@gmail.com .

Mattia Cusani è tra i primi associati di CSI: prima di diventare presidente ha ricoperto la carica di segretario generale. È un giurista d’impresa con un forte focus sulla consulenza strategica e legale per le aziende. Laureato in giurisprudenza, è un coltivatore e distributore di canapa grazie alla legge 242: contribuisce anche con la sua azienda, che si trova sull’altopiano Silano, alla crescita sostenibile e al rispetto delle normative, promuovendo un ambiente collaborativo in cui ogni azienda possa prosperare.

L’associazione: nata sui social dal 2014, prima della legge 242/2016 (sì, la canapa industriale esisteva ed era legale già prima della legge 242/2016), grazie all’unione di numerosi operatori di tutti i comparti della filiera, si è costituita in associazione quattro anni dopo, il 15 luglio 2018, diventando una realtà completamente rappresentativa del settore: dai coltivatori ai commercianti, dai trasformatori al comparto analitico fino ai tecnici legali e ai professionisti delle attività collegate. Oggi Canapa Sativa Italia conta un numero sempre crescente di realtà che si impegnano nella cooperazione e nello sviluppo della canapa italiana: 350 aziende di cui la maggioranza commerciali e agricole, ma anche società di ricerca e di trasformazione (dati settembre 2025). L’associazione rappresenta le nuove filiere e, attraverso il dialogo costante tra tutti gli operatori, garantisce una costante e tempestiva condivisione delle informazioni più rilevanti per il comparto della canapa in Italia. Il Consiglio Direttivo si riunisce settimanalmente e organizza conference call aperte anche agli associati, i soci si confrontano quotidianamente e hanno uno spazio di counseling per fare fronte agli eventuali arbitrii legali e delle forze dell’ordine. A disposizione dei soci varie convenzioni tra cui un’assicurazione legale, assistenza legale di avvocati esperti in materia, sconti per vari servizi tra cui laboratori di analisi, spedizioni e la partecipazione a tariffa agevolata alle fiere di settore. Si organizzano inoltre webinar informativi per tutti gli operatori del settore e si redigono vademecum di buone pratiche da utilizzare in campo e in negozio. CSI è dotata anche di un Comitato Tecnico Scientifico che si occupa di promuovere studi e ricerche agronomiche, industriali, alimentari e supporta il lavoro degli associati in tutte le direzioni utili allo sviluppo della canapa e concorre anche a fare chiarezza per cittadini e consumatori. Negli anni CSI è diventata la più seguita associazione di imprenditori della canapa e partecipa alle maggiori fiere di settore italiane dove si coordina costantemente con le altre associazioni di settore europee per lo sviluppo e la difesa del comparto, in particolar modo in relazione a valorizzazione dell’artigianalità territoriale e professionale oltre che l’esercizio del diritto di accertamento della violazione dei diritti fino alle richieste di risarcimento a seguito di danni economici per norme che vìolano la legislazione nazionale ed europea in materia.

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