Il nostro habitat

Il nostro habitat

Gli scienziati ce la stanno mettendo proprio tutta ma tanto le istituzioni quanto i media, e quindi la popolazione, non sembrano avere orecchie sufficienti per capire: «i nostri corpi e i nostri cervelli – spiega Vincenza Soldano in un bell’articolo pubblicato su Greenreport lo scorso 11 dicembre – sono il prodotto di centinaia di migliaia di anni di adattamento a condizioni tipiche dei cacciatori-raccoglitori. Le città industrializzate e iperstimolanti, nate in appena tre secoli, rappresentano per il nostro sistema nervoso un ambiente radicalmente nuovo e spesso ostile».

L’articolo fa riferimento ai risultati di una ricerca realizzata dall’Università di Zurigo e condotta dall’antropologo evoluzionista Colin Shaw, responsabile dell’Human Evolutionary Ecophysiology Group (HEEP). Interessante l’esperimento realizzato da Shaw e dai suoi collaboratori la scorsa estate: ha portato 160 persone in tre foreste diverse per poi analizzarne gli effetti immediati (tramite biomarcatori in sangue e saliva ed anche con valutazioni psicologiche e cognitive). I risultati parlano chiaro, riprendendo l’articolo di Greenreport: «nelle foreste la pressione sanguigna si abbassa, la risposta immunitaria migliora e lo stato psicologico risulta più stabile. Al contrario, l’esposizione urbana ha generato un aumento dei livelli di stress sia fisiologico che mentale».

“Benvenuti nell’Antropocene” si potrebbe ironizzare. Anche se questo termine di nuova era geologica non è stato accettato dalla comunità scientifica, è evidente che almeno a partire dalla Seconda Rivoluzione Industriale e, in particolare, nel corso di tutto il secolo scorso, la nostra vita nelle città (e, ormai, non solo) è radicalmente mutata. Una ricerca come quella condotta dall’Università di Zurigo non ci invita certo a “ritirarci in mezzo alla natura” o a rompere gli schemi su cui si regge tutto il nostro quotidiano… ma dovrebbe invitarci a riflettere su cosa possiamo fare per “limitare i danni”. Perché non si tratta solo di stress o di iperstimolazione: ci stiamo ammalando davvero, per quello che mangiamo, per quello che respiriamo, per come viviamo la nostra esistenza.

Le istituzioni non bastano, anche perché (salvo qualche amministrazione locale “illuminata” sparsa qua e là) le micro-istituzioni riproducono inevitabilmente il volere delle macro-istituzioni, per esempio quelle che ci vogliono sul mercato dei carburanti, o quelli che al posto di un parco, un bosco, una riserva naturale, sognano ettari di cemento. No, il segnale devono darlo le persone e, per farlo concretamente, è necessario cambiare (in parte rifiutare) questo modo di vivere. Cambiare quella mentalità che ci spinge a detestare il ciclista in abiti da lavoro che sceglie come mezzo di trasporto la bici, o che ci fa dire “era ora” quando un albero malato viene tagliato in nome del decoro urbano… dietro questa ottusità ci sono domande svanite nel nulla: perché dobbiamo stare tutti imbottigliati nel traffico? Perché dobbiamo respirare quest’aria? Oppure, perché quell’albero si è ammalato? Non ci farebbe bene piantarne un altro? Di domande ce ne sarebbero davvero tante.

Ripensare le città, proteggere e “ricreare” habitat ecologicamente più in linea con la nostra specie, sensibilizzare le persone a “farsi del bene”, non è ecologismo, non è radicalismo, non è neanche ideologia… è buon senso. E un domani, non è da escludere, sarà sopravvivenza.

Il Direttore Editoriale

Matteo Picconi

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