Violenza contro le donne

Violenza contro le donne

Bandone Può essere evitata?

Ognuno di noi ha un ricordo confortante e dolce delle coccole ricevute durante l’infanzia, coccole che saranno necessarie per tutta la vita e che saranno regalate dalle mani che avremo scelto. E’ per questo che risulta così doloroso essere vittima di un abuso proprio da quelle mani che pensavamo dovessero, in età adulta, dispensare calore e fiducia, sostituendosi a quelle che ci avevano accudito nell’infanzia, peggio ancora se sono delle mani sconosciute.
La sessualità ha indubbiamente una valenza positiva ma, al contempo, può essere usata come un’arma per colpire, per sottomettere e nella maggior parte dei casi, e in quelli dichiarati, le vittime designate sono donne. Donne che a volte tendono a giustificare comportamenti violenti in nome dell’amore. Ragazze che altre volte sottovalutano un pericolo perché è più importante fare gruppo. Donne disposte ad accettare compromessi in cambio di una promessa.
Tanti altri esempi potrebbero essere fatti, che certamente non giustificano una violenza di qualsiasi tipo, ma che talvolta dovrebbero essere un campanello di allarme per metterci sulla difensiva e farci riflettere.
E’ proprio su questa riflessione che un “ma” per onestà intellettuale dovremmo porcelo. La vittima di violenza non è sempre e solo tale, perché in taluni casi una corresponsabilità può esserci. 

La percezione del rischio e autoprotezione

La percezione del rischio è un processo cognitivo che influenza il nostro comportamento e orienta le nostre scelte: non sempre la percezione soggettiva coincide con quella oggettiva. Il rischio oggettivo, infatti, è il rapporto tra la possibilità che un danno si verifichi e la gravità di quel danno.
Il rischio soggettivo invece nasce da una sovrastima o sottostima del rischio, spesso dettata dalla reazione affettiva attraverso l’esperienza, ossia il riconoscimento emotivo associato a quell’evento. Ecco allora che spesso si abbia timore di cose che non sono equiparabili ad altre che potrebbero invece avere conseguenze drammatiche. La sottostima del rischio diventa tanto più frequente, quanto più si è convinti di essere in grado di gestire gli eventi, quindi il rischio viene percepito come controllabile. La nostra percezione del saper o poter controllare delle situazioni potenzialmente rischiose è strettamente legata al nostro senso di autoefficienza, quella capacità di sentirci gli autori delle scelte che guidano le nostre vite.
Anche l’aspetto sociale ha un ruolo cruciale perché un rischio condiviso rinforza l’identità ed il senso di appartenenza ad un gruppo che condivide esperienze simili. Quando però la capacità di controllo sugli eventi, viene meno e il pericolo si palesa, quale evento dannoso ed irreparabile, la propria autostima e il proprio senso di autoefficacia crolla e lascia spazio al senso di inadeguatezza, di colpa, alla consapevolezza dell’inefficacia delle proprie strategie.
Questo purtroppo è quanto spesso accade anche in alcune situazioni di violenza o abuso sessuale. Una sottostima del pericolo con conseguente messa in pericolo della propria incolumità.

I fattori di rischio

Alcuni fattori hanno un ruolo fondamentale nella inibizione del pericolo rendendoci potenziali vittime di un abusatore. Per esempio un forte coinvolgimento emotivo, si pensi a quelle donne che pur subendo continue violenze rimangono all’interno della relazione, senza percepirne il limite oltrepassato, quei segnali cioè che non vengono avvertiti quando si è innamorati. Altro esempio è l’abuso di alcool o l’uso di sostanze stupefacenti consumati durante una festa o una serata in discoteca. Comportamenti, tutti, che portano ad una percezione distorta della realtà. Quando in una di questa circostanze la violenza viene compiuta e successivamente la percezione torna alla sua razionalità, ecco che il comportamento ego-difensivo, cioè quel comportamento che ha la finalità di tutelare l’autostima e l’idea che ognuno ha di se, prende il sopravvento e attribuisce l’accaduto a delle cause di forza maggiore al proprio comportamento, così che la personale considerazione ne rimane intatta.

Non è colpa mia

Per non ammettere i propri errori quindi si fa ricorso alle giustificazioni. Lo psicologo statunitense Wine Walter Dyner recitava: “dare la colpa ad altri è un piccolo e pulito meccanismo che puoi usare ogni volta che non vuoi prenderti la responsabilità”. Attribuire agli altri delle responsabilità privandosi delle proprie è un’abitudine piuttosto comune, è l’esatto opposto di essere responsabile. Essere responsabile – infatti – significa prendersi carico di ciò che si è o non si è fatto, ma anche di aver gestito una situazione in un modo che non ci rende fieri. Attribuendo invece la colpa a qualcuno diverso da noi si guadagna una posizione di superiorità perché ci fa sentire più importanti, migliori rispetto a chi ha sbagliato, rispetto al cattivo. Mettersi nella modalità di vittima attira l’attenzione degli altri, qualifica come persona buona vittima della cattiveria altrui.
Pensiamo per esempio a quelle situazioni in cui donne vittime di violenza psicologica, o vari altri tipi di maltrattamenti, si innamorano ripetutamente di uomini sbagliati e spendono tutto il loro tempo a cercare di cambiarli. Riconoscono il loro partner come inadeguato ma ciò nonostante portano avanti una relazione tossica anche se la strategia migliore sarebbe interromperla. Farlo significherebbe però ammettere di aver attuato una strategia sbagliata e quindi di essere un parte responsabile delle violenze subite e perdere lo status di totale vittima.
Altro esempio riguarda la sempre più frequente predisposizione all’uso eccessivo dell’alcool. Sempre nell’ottica che nessun tipo di violenza può essere giustificata, riflettiamo però anche sul fatto che l’alcool è una sostanza psicotropa a tutti gli effetti, cioè che influenza ed altera la mente al pari di ogni qualsiasi droga, compromettendo le capacità di controllo del proprio movimento e delle proprie reazioni fisiche.
Appare quindi evidente che un uso eccessivo di alcool ci mette nella situazione di pericolo perché ci predispone ad agire reazioni violente ma ci mette anche nella condizione di non valutare con lucidità quello che accade intorno a noi. Essere vittima di una violenza mentre si è sotto l’effetto dell’alcool inibisce la capacità di reagire a situazioni di difficoltà e rende più facilmente vulnerabili ed identificabili come vittima potenziale.
Ancora, accettare un appuntamento per un colloquio di lavoro con un non bene identificato intermediario in una stanza di hotel non sempre è una corretta procedura di selezione.
Senza con questo voler minimizzare una violenza, perchè dal punto di vista giuridico e morale chi commette violenza è sempre colpevole, è importante però anche identificare il senso di responsabilità di ciascuno in quanto, qualche volta, alcuni rischi potrebbero essere limitati agendo dei comportamenti più adatti alla nostra incolumità piuttosto che avere la certezza di essere in grado di gestire gli eventi.
Ammettere però di aver amato troppo, bevuto troppo, aver avuta troppo fiducia in uno sconosciuto ed esserci messe nella posizione di potenziale vittima significherebbe, anche in questo caso, ammettere di aver sottovalutato un pericolo e aver attuato una strategia sbagliata.

La vittima da social

Lo status di vittima invece ci preserva da questa presa di coscienza e ci regala un angolo di sicurezza nel quale elaborare il senso di colpa. Quel senso di colpa che, qualche volta, è la ragione per la quale l’accaduto, rimane nascosto per periodi lunghissimi se non poi denunciarlo, a lungo termine, in un contesto “social” perché, a detta delle stesse vittime, le testimonianze altrui donano la forza necessaria a fare altrettanto senza paura di essere giudicate.
Sembrerebbe insomma che anche in questi casi i social network ben si prestino ad una libertà e facilità di comunicazione che risulta di grande aiuto per molte donne le quali trovano così il coraggio di affrontare questi traumi ma non solo, anche di riportare alla luce violenze subite e poi rimosse.
Inutile sottolineare come sia lecito l’interrogativo su come un contesto social possa sostituirsi ad anni di terapie per elaborare e prendere coscienza di eventi che rimangono a lungo sedimentati dentro di noi, e come sia più facile denunciare una violenza subita ad un pubblico che ci acclama vittima del momento, piuttosto che farlo nei contesti giuridici preposti, prendendoci la responsabilità di un contraddittorio e di una eventuale parte di colpa (dal punto di vista della propria auto-protezione), ma soprattutto atti a verificare la veridicità di quanto denunciato.
Potremmo inoltre chiederci come mai i movimenti femministi che proliferano sui social network e fuori, che si erigono a paladini delle donne vittime di abusi stanno, in taluni casi, perdendo terreno e subiscono varie critiche dalle stesse donne perché esageratamente astiosi nei confronti degli uomini e del sesso e perché, al contrario, identificano le donne come eterne inermi vittime dei demoni fallocratici rinnegandone così totalmente l’emancipazione.
Sarebbe forse il caso per prima cosa di imparare, per quanto possibile, ad essere noi stesse le attrici protagoniste della nostra sicurezza, agendo dei comportamenti all’insegna della cautela piuttosto che farci proteggere solo dai nostri, seppur sacrosanti, diritti che da soli non sono sufficienti a soccorrerci.

di Maria Teresa Lofari

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