Non gettiamo la “spugna”

Non gettiamo la “spugna”

Eravamo già stati informati dagli scienziati, anni fa; d’altro canto i record rappresentano una “sorpresa” solo quando giungono inaspettati. Siamo nella seconda estate “calda” consecutiva, ci aspetta una terza ancora da record nel 2027; entro il 2030 vedremo i “primi” (ma che primi non sono) seri effetti del surriscaldamento globale nelle zone più critiche del pianeta. Solo quando il caldo incalza tornano alla luce buoni propositi, del tipo “ripensiamo le nostre città”: ebbene, anche qui, le soluzioni, o almeno delle opportune contromisure, non mancano e sono note da tempo. Il problema è attuarle, seppur tardivamente, in maniera concreta.

Una di queste contromisure è stata ideata in Cina nel secolo scorso ed oggi è conosciuto nella sua accezione anglosassone di Sponge city (le “città spugna”). Dai primissimi anni 2000, infatti, anche in Occidente e in particolare in Europa questo innovativo modello urbanistico ha cominciato ad affermarsi e a portare i primi risultati, perfino nelle grandi metropoli. Trattasi di un modello di pianificazione urbana “basato sulla natura” che, prendendo in prestito la definizione di Wikipedia, si concentra «sulla prevenzione delle inondazioni e sulla gestione delle acque piovane attraverso l’utilizzo di infrastrutture verdi, anziché affidarsi esclusivamente ai sistemi di drenaggio. Le inondazioni urbane, la scarsità d’acqua e l’effetto “isola di calore” possono essere alleviati grazie a un maggior numero di parchi urbani, giardini, spazi verdi, zone umide, fasce verdi e pavimentazioni permeabili, che miglioreranno la biodiversità ecologica per la fauna selvatica urbana e ridurranno le inondazioni fungendo da serbatoi per catturare, trattenere e assorbire l’acqua piovana in eccesso (…)». Facile, intuitivo, perfino scontato.

Facciamo un esempio semplice e banale. Prendiamo in considerazione una zona urbana limitata a poche centinaia di metri, in cui convivono una area verde e rigogliosa di alberi (un parco, una villa) e, vicino, un agglomerato di palazzi di circa 8 piani ciascuno: siamo tutti abbastanza consapevoli che l’ombra degli alberi avrà una temperatura più bassa rispetto all’ombra sviluppatasi al cospetto degli edifici. D’altronde sono millenni che gli alberi ci fanno da “ombrelloni”. D’altra parte, non ci vuole una scienza per comprendere i concetti di “isola di calore” e “impermeabilizzazione del suolo”: dove c’è solo cemento, il calore sarà più elevato. Di conseguenza, dato che l’errore è in parte irreversibile, non bisogna (solamente) creare nuove aree verdi: bisogna “portare i parchi” laddove non ci sono e sono necessari. Per farlo ci vuole acqua, il punto è qui: sfruttare l’acqua nelle zone facilmente alluvionabili invece di convogliarla tutta nelle reti fognarie.

Come riporta l’economista Mauro Grassi nel suo interessante speciale dedicato alle Città spugna pubblicato, con più articoli, su Greenreport, è stata Londra la prima metropoli europea ad accogliere il modello delle città spugna. Da sempre soggetta a inondazioni e alluvioni, e con un sistema fognario di epoca vittoriana ormai inadeguato al numero della popolazione residente già dai primi anni 2000, nella capitale inglese il modello Sponge city non è stato solo un successo di natura tecnica ma anche economica, in quanto ha attirato capitali privati grazie alle agevolazioni e alle garanzie fornite dalle istituzioni britanniche. In vent’anni, il modello ha poi preso piede in altre città europee, tra cui Copenaghen, Amsterdam, Parigi e Barcellona, senza contare gli innumerevoli piccoli centri dove il modello è più facilmente attuabile. Da noi invece?

«In Italia il tema delle città spugna è in rapida evoluzione sul piano concettuale, ma resta lontano da un’attuazione sistemica – spiega Grassi su Greenreport – nonostante il crescente interesse e i richiami presenti nelle strategie locali e nei piani di adattamento climatico, l’Italia è ancora in una fase iniziale, dominata da progettualità e sperimentazioni non coordinate».

Basta guardare la nostra Penisola in una cartina o in un’immagine satellitare per comprendere quanto necessitiamo di una soluzione simile. Ma ormai è evidente che dietro allo scetticismo, a volte al negazionismo climatico, ci sia semplicemente un problema di natura economica: questi interventi “remano contro” il flusso dei capitali privati italiani, non c’è la fila per investire in questi progetti, non ci sono garanzie delle istituzioni tali da incentivare le risorse necessarie. Mentre con le stesse risorse continuano a fiorire altri centri commerciali, altri palazzi, altre isole di calore… Se calcoliamo poi che buona parte di quel succitato scetticismo viene sventolato proprio da chi è alla guida delle istituzioni, il quadro si fa ancor più chiaro.

Per concludere, non abbiamo bisogno di nuove urban jungle di lusso sparse qua e là (o magari laddove poteva sorgere una nuova area verde), piuttosto dobbiamo ricoprire di verde almeno una parte di quel “grigio” che ci sta già soffocando. Non è una questione estetica, è banalissima “sopravvivenza urbana”. Non gettiamo la spugna, usiamola.

Il Direttore Editoriale

Matteo Picconi

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