Vite nel terrore

Vite nel terrore

È naturale associare la parola “Terrorismo” a qualcosa di astratto, di distante da noi, lontana in termini di spazio e tempo, lontana dalla nostra quotidianità, dal nostro “oggi”, scandito da secondi e quindi da piccolissime particelle di tempo, impermeabili ad un concetto così grande, cosi irrealmente astratto. Associamo inconsciamente la parola “Terrorismo” a qualcosa che provoca dolore, da esorcizzare a tutti i costi. Il Terrorismo è la paura di perdere un bene fondamentale per la nostra esistenza, sia durante la nostra vita che post mortem. Tutte le religioni del mondo fondano la loro fede su una solida base di terrorismo, “se non ti comporti come ti dice il tuo credo, sarai punito per l’eternità!” senza entrare in argomenti di teologia nel tentativo di capire quale religione sia quella autentica, quella della verità assoluta. Quindi senza inerpicarsi in infiniti e tortuosi sentieri per comprendere e decidere se credere o no, per capire cosa ci sia dopo la morte, possiamo solo constatare che intere popolazioni per centinaia di anni, si sono sterminate e si sono trasformate in assassini disseminando terrore ovunque, il tutto solamente per la paura di subire una ritorsione divina, quindi nella speranza di accaparrarsi i favori di un Dio, che, come dice Trilussa “un Dio che non si vede ma che serve da riparo”  e che parla a noi tramite scritture realizzate ed interpretate a proprio comodo dagli uomini. Nonostante la scienza abbia dimostrato che il pericolo più serio per l’umanità e l’umanità stessa, in nome di Dio si affrontano martìri e stragi assurde. Alla stessa stregua delle religioni vi è la politica, mascherando gli interessi di pochi con l’ideologia, molteplici individui mettono a rischio la propria vita, la propria libertà, vivendo nel terrore che possa prevalere l’alter-ego, quelli sbagliati, quelli cattivi. Con questi presupposti non possiamo relegare il concetto di Terrorismo ad una specifica area geografica e tantomeno connotarlo in un determinato spazio temporale, anche perché, anche se in proporzioni diverse, il terrorismo è divenuto negli anni anche uno strumento di marketing: “se non acquisti quel determinato prodotto entro quella data, lo dovrai pagare a prezzo pieno” – la minaccia di dover spendere di più. Se non fai un abbonamento ad un determinato network, la tua tv non trasmetterà più nulla e non potrai più vedere quel determinato programma, quella partita, quella fiction. E quindi la paura di non essere aggiornato. Se non vesti quella marca, non sarai uno di noi e rimarrai emarginato. Più i beni materiali invadono la nostra vita, più la paura di perderli crea uno stato di terrore e con questo sistema le nuove generazioni subiscono sempre più pesantemente questo terrore. Ma andiamo ad analizzare una altro tipo di terrore, quello che accende i nostri pensieri e richiama alla nostra mente determinate immagini, ovvero analizziamo il terrore che fa notizia. Il Terrore che fa notizia e quello che vediamo nei mas media, quello dei TG: Le Torri Gemelle, il Bataclan, la Rambla di Barcellona, i mercatini di Natale e così via. Sono azioni che risvegliano in noi il sentimento di paura, e più ci sono vicine, più ci destano da quella tranquillità apparente. Le maglie serrate del tempo si allargano e quei piccoli frammenti, secondi, attimi, diventano inspiegabilmente più lunghi: il tempo diventa sufficiente a vedere e percepire tutte le sfumature, tutte le espressioni di paura, di dolore e solo in quel momento e per poco. Non ci sono più distanze, ci troviamo al Bataclan, vorremmo allungare la mano per sorreggere le persone appese alle finestre, vorremmo fermare quel camion impazzito, vorremmo, vorremmo, vorremmo, ma di lì a poco il senso di impotenza e di rassegnazione prevale, si cambia canale e si cerca un appiglio per proseguire la vita con mal celata tranquillità. L’istinto di sopravvivenza attiva le endorfine e queste rilassano la mente, affievoliscono le paure e permettono il ritorno ad una pseudo normalità.

Il terrorismo agito

Tra anni 1970 e 1990, con punte di maggior stress durante gli attacchi dell’aeroporto di Fiumicino (1985) e quello alle Olimpiadi di Monaco (1972), il mondo era quasi abituato a vedere rottami di lamiere ancora fumanti e sentire una voce che annunciava il numero di morti e feriti. Tutto ciò creava una veicolazione del “terrore” molto limitata. I luoghi erano spesso lontano dall’Europa, non si vedevano vittime e la notizia terminava rapidamente, come se la cosa non riguardasse gli ascoltatori. Persino l’assalto all’aeroporto di Fiumicino seppur accaduto vicino a noi e nonostante le numerose e giovani vittime, non ebbe un eco mediatico tale da scatenare una vera e propria “chiamata alle armi”. Venne trattata come se la cosa non ci riguardasse, si lo avevano fatto in Italia, si alcune vittime erano italiane, ma gli obiettivi non eravamo noi. Quasi a giustificare e sdrammatizzare quanto accaduto. Il primo e più vicino attacco terroristico, considerato tale non per distanza geografica ma per la similitudine dettata dalla tipologia di società, che ha segnato la coscienza di tutti è avvenuto nel 2001. Perche, se i terroristi riescono ad entrare nella casa della più potente e temibile nazione del mondo, siamo tutti a rischio. Questo era il pensiero che dopo l’11 settembre 2001 accumunava il mondo, ma una pronta e violenta reazione militare aveva ripristinato equilibri e senso di sicurezza. Nella gente un atteggiamento spavaldo prendeva sempre più piede e si vedevano gli americani come coloro che avrebbero messo la parola fine a quei popoli e quella religione violenta e assassina. Per molto tempo questa visione ha offuscato la vista e la ragione dei popoli. Chiunque praticasse quella religione veniva visto come un potenziale assassino, un terrorista e la discriminazione ha solamente inasprito gli animi, rendendo più difficili la convivenza ed l’integrazione con chi, praticando un credo diverso dal cattolicesimo, viveva in Italia nel rispetto delle leggi.

Il terrorismo e l’immagine

Negli anni a seguire il terrorismo ha avuto la capacità di cambiare il suo modus operandi, adeguarlo al XXI° secolo ed ha imparato a sfruttare l’arma più potente, i mas media e l’incalcolabile potenziale della diffusione di messaggi della rete. I terroristi hanno capito che un pullman bruciato ad azione finita non aveva un grande impatto sulla gente, differentemente vedere feriti che urlano, persone in preda al panico ed esplosioni, esecuzioni, tutto registrato e mandato continuamente in onda, per ore, giorni, e settimane, creava l’opportunità di  impregnare di terrore la totalità delle persone, far breccia nel tempo e nello spazio di ogni individuo, coinvolgerlo e infine terrorizzarlo. L’assalto di Parigi è l’emblema questo nuovo tipo di attacco terroristico, raffiche di Kalashnikov, qualche granata e il gioco era fatto. I rimedi posti in essere dai governi europei hanno reso difficoltoso il ripetersi di quel modus operandi, così, nel continuo studio di come disseminare terrore nelle comunità europee, si è giunti all’idea di usare mezzi pesanti che nelle zone di maggiore affluenza e soprattutto video sorvegliate, investono ignari ed innocenti passanti. In quel modo il terrore vince un’altra barriera, chi vede l’attacco non può dissociarsi, così come ha potuto farlo da chi va ai concerti, da chi indossa una divisa, da chi va allo stadio. In piena passeggiata, in un’area completamente aperta, le vittime, grandi e bambini, uomini e donne, sono tutti “il signore e la signora che cadono uccisi e feriti”. Si è compreso che nessuno avrebbe potuto più vivere nella tranquillità, tutti potevano essere una potenziale vittima.

Un pericolo sottovalutato

Oggi dopo un anno e mezzo di coprifuoco, divieti di assembramento e controlli intensi da parte delle forze dell’ordine, si è creata una reale situazione di impossibilità di colpire con efficacia la nostra quotidianità. Con la situazione pandemica sempre più sotto controllo, ci stiamo nuovamente aprendo a quella normalità che tanto istiga i terroristi. È difficile prevedere dove, come e se colpiranno nuovamente, è difficile dipanare dubbi e incertezze sulle motivazioni reali, sugli interessi di una nazione o di un’altra nello scacchiere mondiale, su quanto la religione sia l’eroina per accendere incoscienza e odio in cuori di popoli che sprecano vite. Di fatto non ci resta che vigilare e tutelare chiunque voglia vivere una vita con tolleranza e rispetto della vita altrui, qualunque sia la sua storia. Come è facile pensare alla parola “Terrorismo”, chiudere gli occhi e far affiorare alla mente immagini di guerriglieri Talebani con giubbetti esplosivi. L’immaginario collettivo associa per convenienza questi concetti, terrorismo, Talebani, Islam. Però, se scaviamo nei cassetti dei ricordi, potremmo inciampare in altri tipi di immagini, magari se non vissuti direttamente, visti su qualche giornale, o in qualche telegiornale durante un anniversario. Allora appaiono le immagini di una stazione, le immagini sono in bianco e nero e contengono tutte le sfumature di grigio, quando in Italia gli estremisti politici, collusi con la malavita, davano vita, a partire dal 1960 a quelli che vennero definiti, “gli anni di piombo” anche se le cronache racchiudono questo periodo in un ventennio, possiamo purtroppo asserire che la scia di omicidi a scopo terroristico è giunta fino al 2003. Furono 381 le vittime, un vero e proprio massacro, a partire da Gaspare Erzen militare morto a Verona nel 1962 assassinato dai Separatisti sud Tirolesi, ad Emanuele Petri, appartenente alla Polizia di Stato morto per opera delle Brigate Rosse nel 2003. Nel mezzo, uomini del calibro di Carlo Alberto Dalla Chiesa, ucciso dalla Mafia il 3 settembre del 1982 e tantissimi uomini a servizio dello Stato, con veri e propri assalti ed agguati come quello di Piazza Nicosia a Roma nel 1972. Ciò che terrorizza di più è quando le vittime sono civili, innocenti ed ignari di quanto possa loro accadere. Così le cronache del 1980 raccontano che la stazione di Bologna viene devastata da una esplosione, 85 morti e oltre 200 feriti invadono un area che pochi istanti prima vedeva gioia, speranze, progetti, era il 2 agosto del 1980. Un atto terroristico fatto in casa, con finalità politiche e l’obiettivo di creare insicurezza, terrore. Passano gli anni ma il terrorismo non svanisce, cambia faccia, cambia obiettivi e modo di agire ma è sempre lì, pronto a colpire come un cobra arrotolato. Siamo negli anni novanta e la legalità comincia ad invadere aree buie del nostro paese, raggi di sole illuminano, meandri da sempre occulti, ci sono ma nessuno ha il coraggio di vederli, pochi uomini soffiano via le nuvole, e la gente comincia a sperare, comincia a credere che si può. Ma il cobra viene punzecchiato da chi non vuole questa luce e con due morsi ricopre nuovamente il cielo di nuvole, con due vili attentati muoiono Giovanni Falcone 23 maggio 1992 e paolo borsellino 19 luglio 1992, con loro muoiono gi uomini della scorta, ma ancora più grave è la perdita della speranza, la speranza di poter vivere in un mondo migliore. Cosi con appena due morsi, il cobra torna alle sue spire, celato dal buio torna il terrorismo nell’animo delle persone. La paura di non sentirsi liberi di sperare. Tantissimi, troppi uomini in Italia sono caduti prede di quel sistema che uccide per incutere terrore, incute terrore per controllare le masse. Da quasi due anni “il cobra” si alimenta con un nuovo cibo, la guerra chimico batteriologica, finora solamente immaginata, è divenuta una realtà tangibile, il senso di impotenza verso un virus che invade le nostre vite con estrema facilità, ci reclude, ci toglie il contatto dagli affetti, ci toglie la possibilità di non sentirci soli e ci rivela che si può morire soli in un freddo letto di ospedale. Un nuovo terrore che dovremo imparare ad esorcizzare

di Maurizio Regis

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