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Del seguente articolo:

Giugno-Luglio/2010 -
Haiti, la solidarietà internazionale
Per il dramma vissuto dalle popolazioni della piccola isola dei Caraibi, l’appello della Federazione Internazionale delle Società di Croce Rossa e di Mezzaluna Rossa (IFRC) chiedono di raccogliere 10 mln di Franchi Svizzeri
Paola Gregory

Il Movimento internazionale di Croce Rossa, ossia la Federazione Internazionale delle Società della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa (Ifrc) ha lanciato un appello per una raccolta “preliminare” di 10 milioni di franchi svizzeri (6,8 milioni di euro) “per inviare assistenza a un primo gruppo di 5.000 famiglie colpite dal devastante terremoto” di Haiti. Il ‘Movimento’ costituisce la più grande organizzazione umanitaria del mondo. Essa è costituita dal Comitato Internazionale di Croce Rossa con sede a Ginevra, dalla Federazione Internazionale delle Società di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa e dallo stuolo delle 186 società nazionali individuali.
“I fondi raccolti tramite questo appello sosterranno vitali operazioni di soccorso e serviranno in particolare alle accoglienze temporanee, - ha detto Mauricio Bustamante, coordinatore delle operazioni della Ifrc a Panama - oltre a ripristinare le forniture idriche e le strutture sanitarie e a fornire cure mediche come pure assistenza psicologica alla popolazione colpita”.
La Federazione ha successivamente comunicato di aver da parte sua stanziato 500.000 franchi svizzeri (circa 340.000 euro) dai suoi fondi per le emergenze, al fine si sostenere le prime operazioni di soccorso.
Cercando di fare un punto a sei mesi dopo la tragedia, su come sono stati utilizzati i soldi per ricostruire Haiti? In questo periodo la macchina della solidarietà ha racimolato 15 miliardi di dollari per l'isola distrutta dal terremoto. Ma i lavori sembra che stentino a partire, le organizzazioni umanitarie non investono i fondi e la ricostruzione locale è in grave ritardo.
Riguardo a queste grandi organizzazioni umanitarie non è ancora chiaro come i fondi raccolti per le vittime di Haiti vengano utilizzati. Pesante è poi il problema dei senzatetto che, per ora, hanno paura a tornare nelle case in muratura. Una massiccia parte della popolazione, di circa un milione e mezzo di persone, è stata infatti colpito dal terremoto. Quattro mesi dopo le prime scosse si calcola che fossero fra 500mila e 700mila le persone che ancora vivevano di stenti, in condizioni di emergenza.
Gli abitanti dell’isola non vogliono tuttora accettare edifici in muratura. Il terrore delle nottate strazianti che hanno vissuto fa preferire per le proprie famiglie case in legno e scuole sotto magari anche sotto le tende.
L'Avsi, una delle più importanti ONG (organizzazioni non governative) italiane presenti a Haiti si sta impegnando a fare frequentare le scuole a circa 3.000 bambini organizzandoli in classi sotto le tende. Le classi di frequenza partono dalla scuola materna fino alla sesta elementare. Al contempo, l’Avsi sta costruendo strutture temporanee in legno dove verranno allestiti 10 istituti scolastici, 7 ambulatori sanitari per una capacità di assistenza medica per 10.000 bambini e 2.000 donne incinte e in fase di allattamento.
Con i primi di giugno si sono ritirati dall'isola i 22mila soldati americani, che l'avevano ‘invasa’ per evitare che il paese sprofondasse nell'anarchia. Rimarranno solo 500 uomini della guardia nazionale e, al largo, la portaerei Iwo Jima per l'assistenza medica specialistica a bordo. L’Onu ha invece rinforzato la missione dei caschi blu (che erano presenti sin dal 2004), per continuare a garantire una minimo di stabilizzazione e sicurezza. Fino al prossimo mese di ottobre continueranno a venir dispiegati circa 10mila uomini delle forze Onu, che hanno anche il compito di proteggere pure le organizzazioni umanitarie oltre a sorvegliare sulla equa distribuzione degli sostegni per la popolazione.
Un piano organico per la ricostruzione, nonostante sulla carta siano disponibili 15 miliardi di dollari sembra però essere ancora in alto mare. Ma non è solo questo il problema: le scosse telluriche hanno pure fatto rinviare le elezioni e ne è scaturita una decisione del presidente René Perval - ratificata però dal Parlamento - di un rinnovo automatico del suo mandato fino al 14 maggio 2011. Questo prolungamento di incarico ha però scatenato proteste di piazza. Gli oppositori parlano di una ‘nuova dittatura’, un argomento facile da ipotizzare in in un paese da tempo abituato a subire golpe e dittature.
Sei mesi dopo il terribile terremoto, l'isola caraibica sta dunque ancora cercando la strada giusta per il futuro. Un'inchiesta della tv americana Cbs ha dimostrato che le grandi organizzazioni umanitarie, legate soprattutto alle donazioni negli Stati Uniti, stanno spendendo con il contagocce i fondi raccolti per l'emergenza Haiti.
Proprio negli Usa si era mobilitata - come in nessun’altra parte al mondo - la macchina della solidarietà. La fondazione Clinton-Bush, messa in piedi con grande pubblicità dai due ex presidenti Usa, non sembra però ben disposta a illustrare alla stampa i dati del suo esercizio. Solo dal suo sito si scopre che su 52 milioni di dollari raccolti in beneficenza, finora ne sarebbero stati utilizzati solo una piccola parte. Una saggia oculatezza è senza dubbio importante, ma forse poco si tengono presenti le drammatiche situazioni di chi ha avuto la fortuna di sopravvivere.
Un altro colosso umanitario, l'ONG “Care”, ha messo a disposizione 34,4 milioni di dollari, grazie a donazioni e altro, ma risulterebbe che ad Haiti abbia sino a ora utilizzato solo il 16% delle somme raccolte attraverso questa raccolta di fondi. In pratica sarebbero stati utilizzati 5,75 milioni di dollari, 2,5 dei quali in prefabbricati per la prima emergenza.
Ancora peggio, la Catholic relief services (Crs) che avrebbe raccolto 165 milioni di dollari raccolti sotto forme diverse, ne avrebbe spesi solo l'8% (circa 12,2 milioni). Va invece un po' meglio la Croce rossa americana che, sui 444 milioni che ha a disposizione, ne avrebbe sino a ora utilizzati 111, il 25 % del totale. Una parte dei fondi raccolti in aiuti di emergenza sono stati quindi spesi ma, a sei mesi dal terremoto, tutti si trovano nella necessità di guardare avanti con attenzione per avviare un chiaro e concreto programma di sostegno e di ricostruzione . Una delle voci critiche al sistema degli aiuti che ha fatto molto rumore, è stata quella del nostro sottosegretario Guido Bertolaso, che si era recato ad Haiti per una breve missione e aveva espresso dure perplessità per il mancato coordinamento nell’aspetto umanitario. Probabilmente aveva ragione a dirlo, anche se al tempo non era dimostrabile.
Dall'Italia invece, l’organizzazione nazionale di Croce rossa, che ha raccolto molto meno soldi di quella americana, in termini percentuali, però, ne ha già utilizzati una bella porzione. Su 2 milioni e 253mila euro raccolti con le donazioni, un milione è servito per ridare una boccata d'ossigeno alla sanità sull’isola. Altri 350mila euro sono stati spesi per attività sul campo e 100mila sono stati spesi per le famiglie haitiane curate in Italia. Nella nostra struttura umanitaria vige la linea che è quella di investire “presto e bene” il ricavato della beneficenza. Talvolta, però, ci si trova di fronte a delle ONG ben qualificate, come ad esempio è avvenuto in un network italiano, che ha effettuato una buona raccolta di fondi, ma purtroppo sembra non sia ancora riuscito a impiegarli adeguatamente. Una vicenda analoga si è di recente verificata anche nel dramma delle popolazioni filippine investite dallo Tsunami.
Il vero nodo della spesa, comunque, è sempre quello della ricostruzione. I 15 miliardi di dollari raccolti dalla comunità internazionale dovranno servire a rimettere in piedi Haiti nei prossimi 10 anni. L'obiettivo è non solo ricostruire le città distrutte, ma fare uscire il paese dalla crisi e dalla povertà endemica che lo attanaglia da sempre. Molti ministeri, distrutti dal terremoto, continuano a funzionare a singhiozzo e il governo non sembra avere già delineato un piano concreto per la ricostruzione.
D’altra parte, le grandi organizzazioni umanitarie temono di compiere passi sbagliati o affrettati, come spesso è capitato nel passato. Per questo hanno la cassa molto stretta. L'impasse politica e l'ombra della corruzione fanno il resto. I soldi raccolti in beneficenza restano in cassa per i progetti a lungo termine. E nel frattempo, grazie agli interessi che maturano, fruttano non poco. Mentre la popolazione soffre o, peggio, si muore.


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