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Del seguente articolo:

Gennaio-Febbraio/2010 -
La Cri nella tragedia di Haiti
‘Campo Italia’ ad Haiti tra nuove scosse di terremoto, scene di disperazione e un compleanno da festeggiare
Tommaso Della Longa - Portavoce del Commissario Straordinario CRI

Decine di sms e telefonate senza risposta: questo il risveglio odierno al 'Campo Italia'. Da casa parenti e amici sono preoccupati per l'ultima notizia che è stata battuta dalle agenzie di stampa in tutto il mondo: una nuova scossa di terremoto ad Haiti. Ci affrettiamo in una risposta per rasserenarlii, e qui c'è molta tranquillità: al momento dell'evento gli operatori di Croce Rossa erano già tutti in tenda a dormire.
Qui il lavoro va avanti, senza sosta, ogni giorno. C'è la colazione da servire, la spesa da fare, i turni di pranzo e cena da organizzare. Tutte le squadre sono pronte per uscire già all'alba tra distribuzioni, ospedali, acqua, assistenza psicosociale. La fase acuta dell'emergenza è passata: ora bisogna lavorare sulla stabilità della situazione, sui censimenti, sui campi.
Adesso la macchina degli aiuti umanitari sa come e dove muoversi, anche se la situazione emergenziale ovviamente non è risolta. Il pensiero è già ai prossimi mesi, perché la stagione delle piogge è dietro l'angolo e quindi bisogna trovare una soluzione ai campi spontanei nel più breve tempo possibile. Purtroppo, infatti, questa terra è spesso martoriata dagli uragani che in una situazione come quella attuale porterebbero ad un nuovo dramma umanitario. In poche parole, non c'è pace per Haiti.
Uscendo dal 'Campo Italia', si trova un mondo che piano piano sta cercando di andare avanti. Sono sempre di più le attività commerciali che cercano di riaprire e ai bordi delle strade si cerca di vendere qualunque cosa. Fortunatamente almeno l'ospedale centrale, nel giro di una settimana, è molto più ordinato: gran parte delle tende improvvisate per i feriti sono state sostituite da quelle stabili e l'ospedale della Croce Rossa norvegese è stato affiancato da altre ERU sanitarie (Emergency Response Unit - unità di risposta all'emergenza). Certo, a un ignaro nuovo arrivato lo scenario sembrerebbe ancora un girone infernale. Ma non c'è paragone in confronto a quello che i nostri occhi hanno visto quando siamo arrivati a gennaio.
La struttura norvegese rimane un punto di riferimento per l'ospedale e un esempio di pulizia e ordine: sono 2000 i pazienti curati, un numero esorbitante in confronto alla struttura messa in piedi. Un servizio che fino a pochi giorni fa non lasciava nemmeno pochi minuti per il riposo. Il team leader norvegese ci ha spiegato che ora il maggior lavoro della sala operatoria è quello di rimettere a posto le amputazioni eseguite nelle primissime ore dopo il terremoto. E purtroppo di interventi ce ne sono da fare proprio tanti. Fuori dall'ospedale, la situazione in alcune parti della città è in via di miglioramento e sono sempre di più i campi sfollati raggiunti quotidianamente dalle distribuzioni. Ancora però si vedono situazioni drammatiche, in una Port au Prince che con la luce del giorno sembra una città bombardata.
Nella zona dei ministeri, simboli dello Stato, i palazzi sono sbriciolati: si riconoscono solo per la quantità di carte e documenti ai bordi della strada. I quartieri più 'antichi' e centrali sono pieni di persone che si muovono avanti e indietro, inespressive, che cercano e si accapigliano nelle macerie per arrivare a raccogliere ferro da vendere o riutilizzare e che, ogni tanto, trovano nuovi corpi senza vita che buttano ai lati di ciò che rimane delle strade. In queste zone la gente è ormai abituata a scene del genere. Anche il traffico delle autovetture non ci fa caso. Si va avanti, camminando intorno ai cadaveri come se quasi non esistessero. Anche l'odore nauseabondo è diventato una costante della vita da queste parti, insieme a una polvere che continuamente irrita gli occhi e a fumi di fuochi improvvisati che bruciano la gola. I volti coperti da bandane e mascherine sono la normalità: non c'è altro modo per respirare. E quando al tramonto dobbiamo tornare al nostro Campo, dai campi si alzano colonne di fumo: si cerca di cucinare qualcosa e togliersi l'umidità dalla pelle. L'immagine sembra apocalittica: ombre che diventano fantasmi, in mezzo al fumo. In realtà c'è solo un'altra notte da affrontare.
Al Campo Italia sta per iniziare il turno della cena. Dopo aver dato da mangiare a tutti, tocca a noi. Quando ci si mette intorno al tavolo, è il momento in cui si cerca di rilassarsi e sorridere. Ieri sera abbiamo anche festeggiato il compleanno di uno dei nostri logisti, Danilo Zildrich. Quando si va a letto, però, negli occhi ci sono ancora le immagini, difficili da dimenticare, della città, dell'ospedale, della furia distruttrice. E anche la consapevolezza di un lavoro immenso da fare nelle prossime settimane.
Bisogna aiutare un popolo a rialzarsi.


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