“Thank you for your Service!”

“Thank you for your Service!”

L’11 novembre è celebrato negli Stati Uniti come Veteran’s Day, un giorno per onorare tutti i soldati che hanno combattuto. Originariamente era Armistice Day,  per onorare la fine della prima guerra mondiale, avvenuta con l’armistizio del 11 novembre 1918. In seguito, nel 1954, con il coinvolgimento degli Stati Uniti in altre guerre – la II Guerra mondiale e quella di Corea il nome fu cambiato il nome in Veteran’s Day. Ma è dall’11 settembre 2001, che questa giornata ha assunto, per gli americani, un significato ancora più personale. Con l’attacco terroristico delle Torri Gemelle, gli statunitensi si sono sentiti indifesi e vulnerabili, un po’ come accadde con Pearl Harbor, con la differenza che non era una base militare ad essere stata attaccata, ma un simbolo di libertà e multietnicità come è New York.

Veterani anche in Afghanistan

Dopo l’11 settembre tantissimi giovani americani, in età da militare, si sono  sentiti in dovere di dare il proprio contributo alla difesa del Paese, andando in guerra in Afghanistan. Questo senso del dovere è difficile da capire per quegli italiani che conoscono il patriottismo solo alle partite del mondiale e che – da quando non è più obbligatorio il servizio militare – hanno potuto evitare ogni fastidio con la difesa del loro paese.
Oltreoceano quasi ogni famiglia americana ha invece un suo “Veterano” da “ringraziare e onorare” per il servizio reso al Paese. Ragazzi giovani, 18/20 anni, che hanno fatto due, tre, quattro “deployments” in Afghanistan. Alcuni non sono tornati, molti sono tornati cambiati per sempre. Feriti, – non solo nel fisico, ma psicologicamente distrutti. Ogni guerra lascia ferite indelebili, a chi la subisce e a chi la fa. E, contrariamente a ciò che si pensa, non c’è un vincitore ma solo perdenti.

E’ finita un’altra guerra

A metà di agosto 2021, il ventennio di dislocamento in Afghanistan è finito. L’amministrazione Biden, ha deciso il rientro di tutti, soldati e civili americani, che erano in Afghanistan. Con l’accordo di Doha, firmato dal suo predecessore, Trump, si era stabilito il rientro delle truppe entro il 2021. Tuttavia, mai si poteva immaginare, però, un rientro così male organizzato, tanto da provocare il caos e la disperazione nella popolazione afghana che si è vista abbandonata dal suo governo e dal suo esercito – il presidente Afghano è scappato in Pakistan e la forza militare dileguata (dopo anni di addestramento da parte degli americani) e da chi aveva portato l’idea di libertà e democrazia – con conseguente presa di controllo del governo da parte dei Talebani.

La visione del ritiro repentino e mal gestito, delle ultime truppe e dei civili, i morti a seguito di un attacco kamikaze di un attentatore, tra cui tredici soldati american oltre ai 200 civili afghani, ha suscitato nei veterani e nei militari in servizio (e nelle loro famiglie) – un sentimento di rabbia e sconforto per aver sacrificato le loro vite inutilmente. Erano andati a migliaia di chilometri di distanza, in un paese ostile per territorio ed accoglienza, ad eliminare il nemico che minacciava, con i suoi attacchi terroristici, gli Stati Uniti e tutto l’Occidente, con la convinzione di aiutare la popolazione Afghana a liberarsi dai cattivi in assoluto: i talebani.

Con la morte di Osama Bin Laden, e di conseguenza,  il ripristino di un regolare governo Afghano, l’esercito americano, nell’ultimo decennio era utilizzato prettamente per addestrare le forze militari afghane a difendersi da soli. Tanti militari americani credevano di stare facendo qualcosa di speciale per la popolazione; avevano la speranza di cambiare una situazione di sofferenza, in una vita migliore. Tutti questi sforzi, tutte quelle vite perse, si sono vanificate in una giornata di Agosto all’indomani dell’operazione di rientro.

Le loro voci

Abbiamo chiesto un commento a diversi militari, molti hanno risposto che era troppo doloroso ricordare il periodo trascorso in Afghanistan. Vedere quelle scene: un fuggi fuggi generale di tutte le forze militari e civili dei paesi occidentali in missione di pace, la disperazione della popolazione, il voler scappare dal paese e salire su quegli aerei militari americani a qualunque costo, anche rischiando la vita, hanno provocato in loro un nuovo dolore.

George dall’Iowa

George, 39 anni, sposato e due figli, partì da un paesino dello Iowa a soli 18 anni per entrare nell’esercito, suo fratello Tim dopo di lui diventò un Navy Seal, in altre parole un appartenente alle forze speciali. Hanno fatto entrambi tre “deployment” in Afghanistan. Tim fu ferito gravemente, durante un combattimento, così lo rimpatriarono. Anche George fu ferito, ma lievemente, per cui ci dovette tornare altre due volte. Nel frattempo, tra un deployment e l’altro, si è sposato e ha avuto due figli. Quando è tornato definitivamente, non ha voluto continuare con la vita militare, troppo dolore. Difficilmente lo vedi ridere, eppure, a detta della moglie era un ragazzo solare, vivace, sempre con la battuta pronta e sempre a fare scherzi. Ora soffre di PTSD (Post traumatic Stress disorder) come tanti altri soldati. Non ha voluto commentare, ma la moglie non fa che ripetere:” E’ stato tutto inutile il nostro sacrificio, il mio, quello dei nostri figli. Non riavremo mai più mio marito com’era prima dell’Afghanistan. Lui era convinto di andare lì a fare del bene. I primi tempi mi raccontava la loro vita, la loro missione. Poi le sue lettere divennero solo poche righe. Mi diceva che lì la vita era terribile. Sperava che una volta eliminati i talebani, le persone potessero ritornare a una vita migliore. Mi raccontava dei bambini; le loro sofferenze e che s’immedesimava nella pena dei genitori, poi con la nascita dei nostri figli ancora di più. Qualche volta mi chiedeva di mandargli caramelle, non erano per lui, ma per i bimbi afghani che erano vicino alla base. Poi, la morte di alcuni suoi commilitoni e il suo ferimento, durante un attentato, mentre si stavano trasferendo da un campo all’altro. E’ tornato devastato, una volta guarito è dovuto ritornare per il terzo deployment. Siamo stati sempre in pena. Ho sempre temuto per la sua vita. Ma, ora con quel ritiro da vigliacchi, …tutti sacrifici invano,…povera gente. E’ straziante!”.

Daniel l’Italiano

Daniel, ora 53 anni, ne aveva 33 e viveva in Italia, quanto andò in Afghanistan per la prima volta. Nel 2001 era in Italia, era venuto qualche anno prima da studente e poi, trovandosi bene, ha deciso di rimanerci perché gli piaceva il nostro stile di vita. Così decise di mettere su famiglia. Una vita tranquilla fino il giorno che vide le torri gemelle cadere. Fu cosi schioccante che non esitò a lasciare l’Italia, anche lui con il desiderio di voler fare qualcosa per aiutare il suo paese che era in un momento così tragico. Entrò in Marina. C’è andato molte volte in Afghanistan, prima da militare e poi da riservista. Non parla molto di quel periodo, anzi, si può dire,  per niente. Anche lui soffre di PTSD. Non ho potuto nemmeno fargli la domanda se voleva fare l’intervista, mi ha detto: ”è troppo doloroso parlane!”.

Tre fratelli

Lara è una mamma di tre militari. La sua è una famiglia di militari, lo era suo padre, suo marito, e lo sono anche i suoi figli, continuando, così, la tradizione di famiglia. Tutti i suoi tre figli sono stati in Afghanistan. Chi per più tempo, chi per meno. Si sono laureati alle varie accademie, durante quel periodo, e poi sono tornati a casa. Anche lei mi ha detto:”l’Afghanistan ti cambia dentro. I miei figli sono cambiati. Dei tre, solo Julian, il secondo dei miei figli, ha subito più danni. E’ stato ferito, credo durante un combattimento con dei cecchini. Non è rientrato subito. E’ stato operato e curato sul posto stesso. Mi aveva rassicurato che era tutto sotto controllo, ma poi quando è tornato, aveva sempre dolore. Lì, sul campo, gli hanno dato degli oppioidi. Purtroppo è diventato “addictive” (dipendente) – mi diceva che sentiva sempre dolore e il medico gli dava sempre degli antidolorifici. Ho notato che era cambiato, distante, aveva attacchi d’ira. Ci sono stati episodi terribili di violenza, poi la promessa che avrebbe smesso. E’ stato anche in centri di recupero, come tanti come lui tornati dall’Afghanistan. Pensavamo che ormai fosse tutto finito, aveva una famiglia, la nascita del primo figlio sembrava aiutarlo a trovare la forza, e poi di nuovo, quest’anno la nascita della sua seconda figlia… tutto inutile è morto una settimana dopo per overdose. Tanto dolore, e poi cosa vedo? Il nostro governo ritira le truppe …il quel modo, regalando il paese ai Talebani?! E’ incredibile! Io non ho votato per questo Presidente, provo molto disprezzo e vergogna per lui. Anche suo figlio è stato in Afghanistan, come può fare una cosa del genere? Mio figlio ora è morto e con il ritiro dall’Afghanistan tutti i nostri sacrifici, i nostri figli, le nostre famiglie sono stati gettati nella pattumiera! Questo per me è inaccettabile!”.

Una scelta politica che puzza di viltà

Tutti concordano che questa guerra durata 20 anni ha fatto danni enormi agli americani. Circa 2401 vite perse e 20.752 feriti. Il prezzo più alto sotto il Presidente Obama; Premio Nobel per pace – “dato sulla fiducia”, con lui, il maggior numero di vittime, oltre che il periodo più dispendioso, perché è stato lui a decidere di aumentare il numero dei soldati in Afghanistan,durante i suo anni di Presidenza e di conseguenza anche la spesa militare, nonostante le promesse di voler far tornare le truppe da “una guerra inutile provocata dai Repubblicani”.
Questa guerra, oltre a tanta devastazione, ha portato, per gli USA –al contrario di quanto si crede – un danno anche alla loro economia: circa 2.261 miliardi di dollari spesi, per cui si capiva che non potesse durare in eterno. Il “perché” del ritirarsi, non assicurare sicurezza a tutti quegli afghani che credevano nella pace, nella libertà e nella democrazia restituendo il paese al nemico, i talebani, lasciando un paese nel caos assoluto, gli americani non l’hanno capito per niente.
Non lo capiscono  George, Daniel, Lara e le loro famiglie e, come loro, tutti quelli che sono rimasti inorriditi alla ritirata di un paese che è ritenuto dagli stessi americani, il più forte del mondo e con quel gesto, ai loro occhi, ora non lo è più.

a cura di Francesca De Biase – Florida (FL – USA)

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