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Del seguente articolo:

Marzo-Aprile/2013 -
La storia dei Vigili del Fuoco di Firenze
La ‘Guardia del Fuoco’ nacque a Firenze oltre 700 anni fa per la lotta agli incendi
Riccardo Romeo Jasinski

Negli archivi storici fiorentini esiste un documento che esprime la necessità di avere sempre un servizio di sicurezza contro il fuoco. Questo documento risale al 1316 e spiega in quale modo dovevano comportarsi i cittadini addetti al compito di spegnere gli incendi: una istituzione che fu chiamata “Guardia del Fuoco che fu poi effettivamente organizzata una ventina d’anni dopo e da allora che sempre si distinse nella lotta contro i più devastanti incendi della città.
L'opera di soccorso e spegnimento veniva sempre svolta da volenterosi cittadini dei più diversi mestieri (muratori, fabbri, falegnami ecc.) che venivano organizzati in quasi tutti i quartieri in squadre di varia consistenza e che intervenivano contro il fuoco dotati dei propri attrezzi di lavoro.
Ben presto, però, questa empirica organizzazione si rivelò insufficiente sia per la scarsezza di mezzi, che per una disciplina ed un ordine comune a tutte le squadre che non potevano coprire tutte le emergenze.
Nel 1416 il Comune di Firenze realizzò una formazione regolare e organica (denominata appunto Guardia del Fuoco, che era costituita da quattro squadre di dieci uomini ciascuna (una per quartiere). Il capo di ogni squadra veniva chiamato Capodieci; quattro erano chiamati Maestri, e gli altri cinque, Manovali. La scelta per la formazione dell'organico veniva effettuata preferibilmente fra falegnami, muratori, scalpellini. Alle squadre venivano aggiunti anche due "lanternari" e venti "porti" suddivisi per ciascuno dei quartieri vigilati:
- il primo era San Giovanni, che aveva il simbolo del “Battistero con le chiavi”,
- il secondo Santa Maria Novella, con un Sole giallo,
- il terzo Santa Croce, Croce gialla in campo blu,
- il quarto, Santo Spirito, una Colomba bianca con raggi

Anche un Notaio faceva parte della "Guardia" con l'incarico di accorrere sul luogo dell' incendio e annotare le Guardie che erano impegnate sul servizio, e di quelle che si rendevano mancanti, per una eventuale proposta di provvedimenti disciplinari al Gonfaloniere di Giustizia.
Tutti i componenti della Guardia del Fuoco venivano eletti dai Gonfalonieri della città ogni quattro mesi e potevano essere rieletti. Il Capodieci ed i Maestri indossavano una veste di cuoio (una divisa) alla quale provvedevano a proprie spese.
Nella parte anteriore di questa ‘divisa’ era dipinta una mannaia e sul retro il simbolo distintivo del quartiere del quale dipendevano.
I ‘porti’ avevano una uguale veste di cuoio ma avevano una secchia, dipinta davanti e dietro (erano cioè i portatori d’acqua.
I manovali non avevano una veste di cuoio ma portavano sulla testa una celata, al pari di tutti i componenti della Guardia del Fuoco. La prima sede dell'organizzazione era ubicata nella torre che sorgeva presso l'angolo del Ghetto, davanti a Santa Maria del Campidoglio.
Con questa accurata organizzazione, il contrasto alle fiamme funzionò per vari secoli e fu sempre oggetto di particolari cure da parte di chi teneva le redini del potere. Con le alterne fortune e vicende del Comune, il funzionamento ebbe maggiore e minore efficienza, ma si arrivò fino all'anno 1760.
Il Governo, sotto il Granducato Lorenese trasformò, appunto nell'anno 1760, l'organizzazione del servizio, pur mantenendole il nome di “Guardia del Fuoco”.
Nel 1809, sotto l'impero napoleonico, l’organizzazione venne di nuovo riformata e la Guardia del Fuoco abbandonò il suo vecchio e glorioso nome per diventare la "Compagnia dei Pompieri di Firenze". Venne anche emanato un preciso e rigoroso regolamento che, fra l'altro, adottò per i pompieri un’uniforme con sfoggio di pennacchi, bottoni lucidi, sciarpe a tracolla e non mancavano fucile e sciabola.
La Compagnia era comandata da un Capitano coadiuvato da un Tenente, da un Sergente, 4 Caporali di prima classe e 2 di seconda classe. Questa organizzazione risentiva di un influsso militarista alla francese, e i pompieri venivano adibiti anche a servizi che nulla avevano in comune con la sicurezza contro gli incendi od altri sinistri.
In complesso, comunque, sia per i rigidi regolamenti, che per la dedizione degli appartenenti al Corpo il servizio di sicurezza si rivelò sempre più efficace.
Fin dalla prima epoca della Guardia del Fuoco quale Protettore delle Guardie, fu innalzato S. Antonio Abate, era infatti il Santo che aveva superato la prova del fuoco e della tentazione, e il 17 gennaio di ogni anno ne veniva celebrata la festa.
Questa ricorrenza sopravvisse fino all’anno 1941 quando, con la costituzione del Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco, come Patrona dei Vigili venne celebrata S. Barbara, la festa che si celebra tuttora il 4 dicembre.
Con la caduta dell'impero di Napoleone I si registrò una profonda riforma del servizio dei pompieri in quanto, in quegli anni aveva subito una flessione organizzativa, soprattutto nella manutenzione del materiale che avevano in dotazione e, con il susseguirsi degli anni al Corpo dei Pompieri fiorentini fu data una nuove organizzazione.
Si arriva poi all'anno 1880 quando Comandante del Corpo era Carlo Giovannozzi, uomo di valore ma di età avanzata, e a un Ufficiale del Corpo, l’architetto Alessandro Papini, fu affidato un progetto per i lavori di totale trasformazione e adattamento dei locali di Piazza San Biagio, dov’erano di stanza i pompieri, per renderli più idonei alla funzione di Caserma e del relativo Arsenale per gli attrezzi.
Il giovane architetto, energico e intelligente, ebbe piena libertà e facoltà di dedicarsi alla riforma, anche per quanto riguardava l'organico del personale. Collocato a riposo il Comandante Giovannozzi, l'arch. Papini fu nominato Comandante ed ebbe mano libera anche nella trasformazione della vita del Corpo.
Diverse le innovazioni di Papini, alcune molto importanti, che portano il Corpo stesso a un livello di professionalità considerato fra i primissimi d'Italia ed all'estero, e l’architetto stesso fu insignito a Londra come Membro Onorario della Brigata del Fuoco di Londra, della capitale Britannica.
Fra le innovazioni di Papini:
- Un nuovo Regolamento disciplinare e organico, la cui forza effettiva fu portata a 131 uomini;
- Nuovi Regolamenti amministrativi del Corpo e di esecuzione dei servizi con la precisazione dell'esecuzione delle varie manovre e una capillare distribuzione ai componenti dei relativi libretti;
- Modifiche alle strutture di intervento per renderle sempre più all’altezza delle necessità;
- Acquisto della prima pompa a vapore di Firenze (costruita nel 1888 dalla ditta inglese "Shand Mason" con n.13 cavalli;
- Primi atti sulla prevenzione incendi nei locali e teatri;
- Modifica dell'uniforme che raggiunse una struttura più seria, più elegante e soprattutto più funzionale;
- Incentivi alla realizzazione nel 1882 della prima linea telefonica della città che congiungeva con i nuovo apparecchi telefonici il Gabinetto del Sindaco e la Caserma dei Pompieri a San Biagio.
Nel 1921 il Comune di Firenze decise di trasferimento del suo Corpo dei Pompieri dalla Caserma di Piazza San Biagio in un’area di proprietà comunale in via La Farina.
I servizi di intervento migliorarono decisamente sia per l'aumento del parco macchine con le prime moderne autopompe, materiale di servizio più consistente che per una nuova più efficiente esercitazione del personale nel vasto cortile nella nuova Caserma.
Successivamente in tutte le regioni d'Italia i Corpi dei Pompieri vennero unificati e a Torino nacque il Consiglio della Federazione Nazionale delle Unioni Regionali dei Corpi dei Pompieri.


FOTO: Firenze, alluvione del 1966
Tale Federazione fu l'embrione di quel processo evolutivo che, nel volgere di pochi anni, favorito da una particolare situazione del paese, nel 1935 dette origine a una formazione di organizzazione nazionale unitaria dei pompieri sancito per Decreto Legge, con la formazione di Corpi Provinciali dei Pompieri e con un coordinamento nazionale. Questa innovazione divenne la base per il Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco.
Dal 1935 il Corpo Provinciale dei Pompieri di Firenze assunse in carico anche i Corpi di altre città toscane quali Prato, Empoli, Castelfiorentino, Certaldo e Figline Valdarno. Una innovazione, questa, che non fu molto semplice ad essere accettata a causa di diversi spiriti campanilistici di altri Corpi Comunali che si erano formati da soli nella Regione con notevoli sforzi e sacrifici. Alla fine, però, il buon senso e la passione per il servizio prevalsero. I comuni provinciali divennero distaccamenti del Corpo Provinciale con l'aggiunta di quelli di Borgo S. Lorenzo.
Anche il Comune di Firenze non nascose il suo rammarico nel perdere questo suo ‘primato’e forse a malincuore vide uscire dalle propria compagine uno dei suoi organi più amati e gelosamente curati per tanti secoli; basti pensare che in ogni manifestazione comunale erano presenti i pompieri in alta uniforme e il Gonfalone usciva scortato, anche da un picchetto di pompieri.
Con un decreto ministeriale del 1938 la denominazione di Pompieri venne sostituita con la voce "Vigili del Fuoco", sia perché pompieri, era un termine troppo di carattere francese e il clima politico dell’epoca non desiderava altro che nomi e diciture italianizzate, sia perché si voleva fare riferimento ai servizi antincendi romani,"Militia vigilum" oppure alla "Guardia del Fuoco " fiorentina.

La II guerra mondiale e i Vigili del Fuoco di Firenze

Con la Legge 27 dicembre 1941, n°1570, fu stabilita la formazione del Corpo Nazionale Vigili del Fuoco e i vari Comandi vennero elencati in ordine alfabetico e numerico. A Firenze fu assegnata la denominazione "31° Corpo Vigili del Fuoco"e il motto fu "Pericula ignesque amo et domo"(pericoli e fuoco amo e domo).
La guerra era scoppiata e i Vigili si prepararono ad affrontare i dolori e le angosce del conflitto rinforzando l'organico, preparando il personale sul nuovo pericolo incombente degli attacchi aerei.
L'organizzazione pompieristica assunse un carattere militaresco. Armati con moschetto, i Vigili del Fuoco avevano la sentinella armata alla porta e la disciplina si basava su quella militare. Furono istituite le Scuole, e quella Centrale Antincendi a Roma, tuttora splendida per la sua alta professionalità, divenne una vera e propria Accademia nazionale per l'addestramento del personale con vari corsi di specializzazione, tuttora funzionante.
Il 25 settembre 1943 Firenze subì il primo imprevisto bombardamento, seguito da altri numerosi, alcuni dei quali veramente massicci, con effetti disastrosi per la città. Con l'organico portato a 450 uomini e le caserme così distribuite i pompieri fiorentini riuscirono ad affrontare il caos dei bombardamenti, cercando di contenere la massiccia distruzione provocata in pochi secondi dai bombardamenti degli alleati.
Alle 6.30 dell'11 agosto 1944 un Vigile del Fuoco con il suono della campana di Palazzo Vecchio, annunciò la liberazione di Firenze. Molti furono gli esempi di coraggio dati dai Vigili del Fuoco: Il Corpo ricorda, uno su tutti, il Vigile Giuseppe Sessoli, che morì per salvare due cittadini colpiti da una mina. Alla sua memoria è stata conferita la medaglia d'oro Carnegie e la medaglia d'argento al valor civile. La caserma di Via La Farina porta il suo nome.
Ma non solo, sulla guerra a Firenze imperversò pure la reazione dell’esercito tedesco nel corso della sua ritirata verso il nord e il famosissimo Ponte della Santa Trinità, un gioiello di architettura rinascimentale, venne minato e distrutto per ostacolare la marcia dell’esercito alleato.

L'alluvione del 4 Novembre 1966

Dopo l'opera di soccorso prestata dai fiorentini in rinforzo nelle zone colpite dall'alluvione nel Polesine e del terremoto in Sicilia la città è stata poi travolta dall'alluvione del 1966. L'opera del Vigili del Fuoco è stata sublime sotto ogni aspetto. L'aiuto di ben 1400 Vigili venuti da ogni parte d'Italia portò un vantaggio enorme al servizio, che fruì anche della massima collaborazione di ogni cittadino. L’acqua dell’Arno esondò sommergendo il centro storico. A fianco dei pompieri tutti i cittadini si rimboccarono le maniche, sorretti anche dalla forza di tanti giovani arrivati da ogni parte d’Italia e anche dall’Europa (sono passati alla storia come gli ‘angeli del fango’ ) e tutti insieme lottarono per salvare con immediatezza il salvabile delle meravigliose opere d’arte di cui è ricca la città. La città riuscì così a risollevarsi in un tempo talmente breve che da tutto il mondo fu ritenuto quasi impossibile.
Allo Stendardo del Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco venne in quell’occasione attribuita la Medaglia d'oro per tutte le calamità alluvionali che in quell’autunno del 1966 colpirono il paese.
L'alluvione di Firenze del 1966 è stata l'ultima di una serie di straripamenti del fiume Arno che hanno nel corso dei secoli mutato il volto della città di Firenze.
Avvenuta nelle prime ore di venerdì 4 novembre in seguito di un'eccezionale ondata di maltempo, fu uno dei più gravi eventi alluvionali accaduti in Italia, e causò forti danni non solo a Firenze ma in gran parte della Toscana e più in generale tutto il paese.
Diversamente dall'immagine che in generale si ha dell'evento, l'alluvione non colpì solo il centro storico di Firenze ma l'intero bacino dell'Arno, sia a monte sia a valle della città. Sommersi dalle acque furono anche diversi quartieri periferici della città come Rovezzano, Brozzi, Peretola, Quaracchi, svariati centri del Casentino e del Valdarno in Provincia di Arezzo, del Mugello (dove straripò anche il fiume Sieve), alcuni comuni periferici come Campi Bisenzio, Sesto Fiorentino, Signa e Lastra a Signa (dove strariparono i fiumi Bisenzio ed Ombrone Pistoiese e praticamente tutti i torrenti e fossi minori) e varie cittadine a valle di Firenze, come Empoli e Pontedera. Dopo il disastro, le campagne rimasero allagate per giorni, e molti comuni minori risultarono isolati e danneggiati gravemente. Nelle stesse ore, sempre in Toscana, una devastante alluvione causò lo straripamento del fiume Ombrone, colpendo gran parte della piana della Maremma e sommergendo completamente la città di Grosseto.
Nel frattempo, altre zone d'Italia vennero devastate dall'ondata di maltempo: molti fiumi del Veneto, come il Piave, il Brenta e il Livenza, strariparono, e ampie zone del Polesine furono allagate; in Friuli lo straripamento del Tagliamento coinvolse ampie zone e comuni del suo basso corso, come Latisana; in Trentino la città di Trento fu violentemente investita dallo straripamento dell'Adige.
In meno di 24 ore le precipitazioni sulla zona di Firenze ammontarono a oltre 1900 mm (la media annua delle precipitazioni nella stessa zona è di 921 mm). La portata del fiume al massimo della piena venne stimata in 4000-4500 metri cubi al secondo al suo attraversamento della città.
Anche lungo tutto il bacino del fiume avvennero analoghe precipitazioni. L'ENEL diramò un dettagliato rapporto sull'accaduto, le dighe delle centrali idroelettriche di Levane e La Penna erano state indicate come possibili cause aggravanti e la stima della quantità d'acqua che aveva colpito il capoluogo toscano fu di circa 250 milioni di metri cubi, di cui 120 provenienti dall'alto corso dell'Arno e il resto dagli affluenti a valle delle dighe, in particolare il fiume Sieve. I Lavori Pubblici fecero una stima sulla quantità dell’acqua in 400 milioni di metri cubi.


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