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Del seguente articolo:

Agosto/Dicembre/2018 - Ambiente e Scienza
Una violenta scossa emotiva che da Genova ha colpito tutto il mondo
La tragedia del crollo del ponte Morandi raccontata e illustrata in un reportage del “New York Times”
Giulia Nemiz Gregory

Le voci di esperti, testimoni e sopravvissuti si intrecciano nel lungo racconto della tragedia sul quotidiano Usa pubblicato l’8 settembre 2018. Ne presentimo una sintesi "La bellezza di quel ponte era nella sua semplicità. Ma i tecnici si resero conto gradualmente che la struttura aveva così pochi sostegni-chiave che se anche uno solo di essi avesse ceduto, un'intera sezione sarebbe crollata" .....Testimonianze drammatiche, cronaca e valutazioni tecniche: il NYT racconta la tragedia d'agosto, "When the bridge fell", quando il ponte cadde. Nella sua prima pagina il quotidiano dedica un servizio su tre pagine alla tragedia di Genova. Con una bella foto del moncone del cavalca- via Morandi, visto da una finestra aperta, il servizio racconta la storia del ponte, meraviglia di ingegneria italiana, i suoi difetti che tardarono a venire alla luce, le testimonianze di chi ha assistito alla tragedia e l'opinione di esperti per “una ricostruzione del crollo del viadotto genovese, dall'inizio al rapido epilogo”.
"Quando fu costruito negli anni '60 - scrive il giornale - il viadotto di Genova era più che un semplice ponte. Era un viaggio lungo 1.200 metri attraverso la maestria e l'innovazione, che erano valse al suo progettista Riccardo Morandi fama nei circoli di architettura e ingegneria nel mondo. La sua sagoma era così leggera e aerea, che sembrava uscita direttamente dai fogli di carta millimetrata".
"La sua bellezza - rileva ancora il NYT - era nella sua semplicità. Ma i tecnici si resero conto gradualmente che la struttura aveva così pochi sostegni-chiave che se anche uno solo di essi avesse ceduto, un'intera sezione sarebbe crollata".
L'articolo si apre con la drammatica testimonianza di un vigile del fuoco fuori servizio - che percorreva il ponte - Davide Capello, di 33 anni,dedito anche allo sport del calcio: quella note sopravvisse miracolosamente alla tragedia che gli si spalancò davanti. Era in auto, e appena uscì dal tunnel che immette sul viadotto sentì un rumore basso e sordo intorno alla macchina. Non gli sembrava un tuon e la sua auto precipitò. Improvvisamente vide il vuoto a 20-30 metri davanti a lui. Frenò, ma il vuoto gli venne ancora più incontro mentre la strada spariva, racconta il NYT.
Il vigile del fuoco Capello guardò in alto e vide un’enorme nuvola di polvere bianca alzarsi fra nebbia e pioggia. Un’auto bianca che lo precedeva di 20 o 30 metri, sembrò sparire nel vuoto. Lui frenò di scatto, ma il vuoto continuava ad avanzare, mentre la strada crollava, pezzo per pezzo, come un precipizio affacciato sull’oblio.
In una frazione di secondo, anche la sua macchina precipitò, con il muso verso il basso, il parabrezza oscurato dalla polvere e blocchi di calcestruzzo che volavano tutto intorno. Era in caduta libera.Pensò di morire. Nel crollo di quella notte del 14 agosto persero la vita 43 persone incastrate nelle decine di auto precipitate da una cinquantina di metri nel letto del fiume Polcevera, sui binari della ferrovia e sulle strade sottostanti.
Il ponte, simbolo di questa città portuale, era fonte di profondo orgoglio cittadino, indispensabile via di collegamento quotidiana per migliaia di persone. Pesante il dibattito pubblico sulle responsabilità e le cause del disastro.Queste domande sono ancora al vaglio degli inquirenti, del Procuratore capo di Genova, Francesco Cozzi, e di un team composto da ingegneri, forze di polizia e funzionari del Ministero delle Infrastrutture.
La strada connessa a questa “pila” correva a circa 50 metri più sotto accanto al letto asciutto del fiume Polcevera e ai binari della ferrovia.
Si erano rotti cavi degli stralli a sud, provocandone il cedimento. Parti dell’impalcato iniziano a ruotare, le loro sezioni cedono e il peso della strada poggia interamente sugli stralli a nord. I cavi rimasti e gli stralli di cemento armato si spezzano.
Le due estremità degli stralli penzolano dalla pila mentre parti dell’impalcato finiscono a terra, alcune di esse ribaltate sotto sopra .
Infine anche la pila, alta più di 90 metri, crolla sulla sua stessa pila di macerie.
I sostegni degli stralli a sud, che sembrano aver ceduto per primi, sono gli stessi su cui un professore di ingegneria strutturale del Politecnico di Milano, aveva già notato preoccupanti segni di corrosione o altri possibili danni durante dei test effettuati nel passato.
Le interviste del New York Times con soccorritori, investigatori ed ingegneri esperti, insieme all’esame dei video ripresi da droni ed elicotteri e alle macerie stesse, hanno permesso alla testaat di tracciare uno schizzo del crollo dall’inizio alla fine A meno che non emergano nuove evidenze, secondo Vijay K. Saraf, ingegnere senior di Exponent, uno studio di consulenza per infrastrutture e costruzioni di Menlo Park in California, tutto ciò che oggi è noto fa ipotizzare il cedimento degli stralli a sud”.
I video delle telecamere mostrano che nel giro di tre o quattro secondi anche gli altri elementi del ponte, sovraccaricati dall’ulteriore peso, si sono sgretolati.

Un design semplice forse una delle cause di problemi

Quando fu costruito negli anni ’60, il viadotto del Polcevera era più di un ponte. Era un viaggio nella maestria e nell’innovazione lungo oltre mille metri che era valso al progettista Riccardo Morandi ampia fama nel mondo dell’ingegneria.
La forma della struttura era così leggera e ariosa che sembrava balzata fuori da un elegante disegno fatto a mano su un taccuino a quadretti dell’ingegnere, per arrampicarsi sulle profonde e morbide valli e sulle colline di Genova.
Gli elementi distintivi erano tre antenne strette, fatte a forma di ‘A’, alte circa 90 metri, supportate da 12 stralli, ancorati in alto nel vertice dell'antenna e in basso all’impalcato.
Anche in un paese con innumerevoli strutture storiche, il viadotto Polcevera era “uno dei più importanti ponti italiani,” dice Marzia Marandola, professoressa associata di storia dell’architettura all’Università Sapienza di Roma, ed esperta dell’opera dell’ingegner Morandi. Quella struttura “dava un’identità al sito e all’intera area, ed era riuscita a inserirsi armoniosamente nel paesaggio urbano.
La bellezza delle linee del viadotto risiedeva nella sua semplicità. Ma negli anni gli ingegneri iniziarono a capire che la struttura aveva troppi pochi elementi di sostegno e, se uno di questi avesse ceduto, un’intera sezione del ponte sarebbe potuta crollare.
Non c’era robustezza strutturale, o la possibilità di ridistribuire le forze, dice Massimo Majowiecki, architetto e ingegnere a Bologna. La mancanza di ridondanza, come viene definita, “non è necessariamente in disaccordo con come venivano progettati i ponti negli anni ’60,” spiega Donald Dusenberry, ingegnere strutturale di Simpson Gumpertz & Heger a Boston. Per questo motivo, “è difficile criticare” il progetto, aggiunge l’ingegner Dusenberry, sebbene rendesse indispensabili continue ispezioni e manutenzioni.
Andrew Herrmann, ingegnere strutturale ed ex presidente della Società Americana degli Ingegneri Civili, descrive il pericolo in modo molto chiaro. Se cede uno strallo, viene giù tutto.
Preoccupazioni tutto fuorché teoriche, se non altro per un’altra delle innovazioni dell’ingegner Morandi che decise di sospendere l’impalcato dagli stralli, che essenzialmente sono dei gruppi di cavi ricoperti da un rivestimento di calcestruzzo precompresso.
L’ingegner Morandi pensava che con questo sistema si sarebbe ridotta l’oscillazione del ponte e gli ingegneri strutturali all’epoca sembravano d’accordo. Credeva anche che il rivestimento in cemento avrebbe protetto i cavi d’acciaio dai danni dell’usura degli elementi. “Le strutture di calcestruzzo sembravano essere eterne,” dice Majowiecki. “Quella era la mentalità di allora.”.
In realtà il calcestruzzo di quel tempo risultò essere altamente vulnerabile al degrado e, sul viadotto Polcevera, la situazione era peggiorata ulteriormente dall’aria salmastra del mar Mediterraneo e dalle emissioni delle fabbriche vicine.
Le fessurazioni nello scheletro di calcestruzzo permettevano all’acqua di penetrare e l’acciaio iniziò a corrodersi quasi in contemporanea con l’apertura al traffico del ponte nel 1967. In più, diversamente dai cavi scoperti, sul viadotto Polcevera la corrosione era nascosta all’interno del calcestruzzo e difficile da localizzare.

Gli ‘stralli’ del viadotto sul Polcevera

I ponti strallati attuali hanno un alto numero di stralli, in modo tale che il cedimento di uno strallo possa avere minor impatto sulla struttura del ponte
Una decina di anni fa , in uno studio sul ponte a lui affidato, il prof Carmelo Gentile evidenziò delle anomalie negli stralli del pilone 9 del viadotto In questo campo, il professor Gentile - scrive il NYT - è quanto di più vicino esista ad un musicista tra gli ingegneri strutturali. Ascolta i suoni che emettono i ponti.
Da quei suoni, il professore stabilisce se le strutture sono sicure oppure no. Posizionando piccoli rilevatori in vari punti, l’ingenere ha condotto i suoi test su circa 300 ponti in tutto il mondo. Ogni parte vibra come una corda di una chitarra. Come per una corda in tensione, maggiore è il carico sugli elementi, più alte sono le frequenze che producono. Gli elementi più grandi invece, al pari delle corde più grosse, producono note più basse.
Oltre alle frequenze, il professor Gentile verifica anche se le vibrazioni mostrano la stessa onda omogenea, facile da prevedere, come quelle delle belle note di un violino. La purezza indica integrità.
Quando il suono è disarmonico, occorre approfondire l’esame, spesso con modelli matematici, in grado di riprodurre tutte le informazioni disponibili, per capire con esattezza che cosa non vada.


Sembrava una scena di guerra, raccontano Vigili del Fuoco
Non appena l’impalcato aveva iniziato a cedere sotto di lui - scrive il New York Times nella sua analisi del disastro - Davide Capello perse la cognizione del tempo e dell’altezza a cui si trovava.
Il vetro posteriore della sua auto si era rotto nella caduta. Appena fermo, Capello istintivamente si toccò la testa e il collo, cercando di capire se fosse ferito. Si guardò anche le mani. Non aveva niente. Solo la cintura di sicurezza ancora allacciata gli strusciava sul collo. Stava bene, ma aveva bisogno di aiuto.
Fuori continuava a piovere. Un camion precipitato dal ponte era caduto perpendicolarmente sulla strada sottostante e ora ostruiva il traffico.
Davide Capello, appena riportato a terra, racconta: “Mentre camminavo, mi sono guardato indietro e ho visto che il ponte era crollato”. “Solo allora mi sono reso conto della dimensione del disastro”.
“Cercare di raggiungere il del crollo, era come camminare su delle saponette,” racconta uno dei soccorritori Sergio Olcese, tra i primi vigili del fuoco ad arrivare sul posto.
Alcune macchine erano ancora sull’asfalto del ponte, ma erano talmente appiattite dai pesanti blocchi di calcestruzzo che erano piovuti su di loro da essere irriconoscibili. Altre penzolavano appese ai cavi d’acciaio.
Dei camion erano caduti su un fianco in mezzo al campo, dopo un volo di 50 metri di altezza. L’aria era satura di gas, ma la pioggia intensa inumidiva la polvere formatasi dal calcestruzzo andato in pezzi.
Alcuni vigili del fuoco ricordano il silenzio spettrale, altri i colleghi che gridavano ordini..Al Vigile de “La sua voce che ci pregava di salvare per prima sua figlia è l’unica voce che mi ricordo nel crollo del ponte”, racconta il pompiere. Per oltre un’ora e mezzo, la sua squadra ha scavato e spostato enormi blocchi di calcestruzzo per liberare la ragazza e sua madre, che era rimasta intrappolata sopra la pila di macerie che seppellivano sua figlia, tenendole la mano. Non appena sono riusciti a estrarle vive dalle macerie hanno chiesto il cambio turno. Erano esausti.
“Era una scena di guerra”, narra Maurizio Volpara, vigile del fuoco esperto e coordinatore della squadra che ha salvato un uomo da un furgone rimasto appeso a dei cavi di acciaio, a 25 metri di altezza.La cabina del furgone penzolava verso il basso, mentre il posteriore era stato come “bombardato” dai blocchi di calcestruzzo sbriciolatisi dal ponte.Il giovane uomo intrappolato all’interno, con la faccia schiacciata sul cruscotto, urlava: “Aiuto, venitemi a prendere. Tiratemi fuori di qui!”
Il Vigile Volpara ricorda persone che gridavano da ogni parte: i pochi sopravvissuti venuti giù dal ponte, i soccorritori, il personale dell’azienda della raccolta dei rifiuti cittadini i cui capannoni si trovano proprio accanto al ponte, e infine i residenti.
“Pioveva così forte e ha piovuto tutta la mattina”, ricorda Giuseppe Crosetti, anche lui pompiere in servizio quel giorno. “Affondavamo nell’erba con gli stivali, sotto il peso degli equipaggiamenti”.
I residenti aiutavano i soccorritori a portare i macchinari pesanti necessari a tagliare le lamiere delle macchine per liberare eventuali sopravvissuti.
All’interno della macchina di Davide Capello, la radio sportiva trasmetteva indisturbata. Lui allungò una mano per raggiungere il computer di bordo e comporre il numero delle emergenze. Ci mettevano un po’ a rispondere. Decise quindi di fare una delle sue chiamate più frequenti, il numero della sua caserma a Savona, una città ad una cinquantina di chilometri a ovest di Genova.
“E’ crollato il ponte ed io sono qui in macchina, in equilibrio,” disse al collega che aveva risposto. “Sono tra le uscite di Genova Est e Genova Ovest, ed era pieno di macchine intorno a me”.
Assicuratosi che i suoi colleghi stessero arrivando, si sentì sollevato e fece altre due chiamate.“Sto bene”, disse alla sua fidanzata che aveva salutato appena un’ora prima, partendo per Genova. “E’ crollato il ponte ma io sono vivo, non ti preoccupare. Non mi sono fatto niente”. La fidanzata non capiva. “Ma quale ponte?” chiedeva. Ma lui doveva tagliare corto. Voleva rassicurare anche i suoi genitori, e sapeva di dover uscire dalla macchina al più presto. “Temevo che non avrei mai più sentito le loro voci,” racconta. Spiegata la situazione a suo padre, un vigile del fuoco in pensione con oltre 30 anni di servizio alle spalle, gli disse subito: “Esci immediatamente dalla macchina!”
A quel punto sentì la voce di un ragazzo che urlava da fuori: “C’è nessuno lì dentro?”
“Aiutatemi, sono qui!” rispose Capello, slacciandosi la cintura e iniziando ad arrampicarsi sui seggiolini e poi attraversando il vetro posteriore frantumato.“Fuori di lì” gli gridò un poliziotto non appena lo vide.
Era su un alto cumulo di macerie. Il ragazzo che aveva urlato lo aiutò a scendere. I presenti lo videro arrivare increduli, mentre attraversava le macerie col suo K-Way blu della nazionale italiana, i pantaloni corti grigi e le scarpe da ginnastica bianche, completamente bagnato.
“Mi guardavano come se fossi un fantasma”.

Questo articolo è tratto da quello più esteso - completo di grafici e disegni - pubblicato l’8 Settembre dal “New York Times”, firmato da James Glanz. Gaia Pianigiani, Jeremy White e Karthik Patanjali.

Fonti dichiarate: fonti investigative italiane; Vijay K. Saraf, ingegnere capo di Exponent; Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco.
Prodotto da Andrew Rossback.
Ha contribuito Anjali Singhvi.
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