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Del seguente articolo:

Aprile - Giugno/2020 - Articoli vari
Ecologia e Rifiuti
Not in my yard. Come gli italiani uccidono loro stessi
di Daniele Garritano

I rifiuti sono un problema e ci si divide, in ogni comitato di lotta contro il “mostro”, tra chi non vuole gli inceneritori e chi non vuole i termovalorizzatori, eppure non sono la stessa cosa.

Differenze tra inceneritori e termovalorizzatori.

Gli inceneritori sono adibiti alla combustione dei rifiuti solidi urbani o rifiuti speciali (come ad esempio scarti industriali o medici) ed emettono esalazioni anche tossiche, nocive per la salute delle persone, fino ad un massimo, ad esempio, di 0,1 ng/m3 TE (equivalente di tossicità) di diossine e furani per tonnellata di rifiuti bruciata in un’ora (secondo la direttiva UE). Producono cenere e polvere, da smaltire successivamente, pari a circa al 10% in volume e al 15-20% in peso, dei rifiuti solidi trattati. Gli impianti di incenerimento italiani sono datati e a volte, non a norma. Non di rado vengono sequestrati e chiusi dalla magistratura per emissioni non controllate.
I termovalorizzatori sono anch’essi volti allo smaltimento tramite incenerimento dei rifiuti (circa 70 tonnellate l’ora) ma con la sostanziale differenza che il calore prodotto dalla combustione viene convertito in energia elettrica (o teleriscaldamento), tramite un apposito sistema di turbine. L’energia prodotta (circa 100 MWh) è sufficiente per soddisfare il fabbisogno di 200.000 famiglie, risparmiando così 120.000 tonnellate di petrolio annue. Le emissioni passano attraverso un reattore dove agenti chimici, come l’ammoniaca (o composti amminici), usata per inibire l’attività catalitica delle ceneri prodotte, o la calce, usata per l’assorbimento di gas acidi con successiva depolverizzazione, purificano queste esalazioni, riducendo al minimo gli inquinanti prodotti nel processo. Anche l’impatto ambientale è assolutamente favorevole: un termovalorizzatore permette di risparmiare l’emissione di 100.000 tonnellate di CO2 per anno, abbattendo l’immissione in atmosfera di diossine.
Ad oggi in Italia si contano complessivamente 56 impianti di combustione di cui 44 sono termovalorizzatori 28 situati solo nel nord Italia, 9 al centro e 7 al sud dove l’emergenza rifiuti si è fatta sentire ancora di più, soprattutto per l’altra alternativa: le discariche.

Il peggior sistema.

Nelle discariche oltre al classico rifiuto urbano possono accumularsi cumuli e cumuli altro materiale dannoso (come l’amianto). All’interno, a causa delle reazioni di materiale organico, si produce gas metano che viene sfogato all’esterno, e, a causa dall’infiltrazione dell’acqua, si forma il percolato che invece si muove verso il basso, nel terreno. Tra l’uno e l’altro, il disastro ambientale e l’aumento di malattie nella popolazione sono sempre dietro l’angolo.
Ultimo ma non meno importante, lo scarico illegale di spazzatura che viene trattata generalmente in due modi: interrata, cosicché il percolato, il quale porta con sé inquinati organici e inorganici derivanti dai processi biologici, avvelena terreni e falde acquifere, oppure bruciata ed in questo modo, ad inquinarsi di diossina, furani, ceneri e polvere sarà l’aria. La più famosa zona di sversamento di rifiuti illegali si chiama appunto “terra dei fuochi.
In questo settore si sono arricchite la camorra e la ‘ndrangheta, contrariamente a quanto si pensa generalmente, la Campania non è l’unica regione a dover fare i conti con lo sversamento illegale, anche regioni come il Lazio, Liguria ed Emilia- Romagna non sono esenti da rischi.
Considerando che l’Italia produce circa 30 milioni di tonnellate di rifiuti urbani (senza contare gli scarichi industriali), di cui solo il 19% viene bruciato e trasformato in energia ed il fatto che, inceneritori e discariche sono bombe chimiche, ci si domanda perché dover preferire volumi di materiale tossico interrato o bruciato in inceneritori, ai quali, è impossibile non emettere esalazioni inquinanti per quanto controllati possano essere.

In Italia ci si autoinquina.

Fattore principale è l’indicazione di puntare tutto sul riciclo e sul riuso, programmi di raccolta differenziata sono avviati nel territorio nazionale ma solo in poche zone danno i frutti sperati, la disparità tra nord e sud è molto elevata, dati Istat affermano che il nord-est raggiunge il 68% di raccolta differenziata di rifiuti, percentuale che va scemando man mano che si raggiunge il sud Italia fino al 31% delle isole (21% in Sicilia). L’amministrazione della differenziata varia da comune a comune, al crescere del numero degli abitanti, la percentuale di rifiuti differenziati scende. In comuni con meno di diecimila abitanti si producono circa 443 kg di rifiuti per abitante, differenziando il 61% e in comuni con oltre cinquantamila abitanti, i rifiuti urbani raggiungono i 532 kg per abitante e se ne differenzia circa il 50%.
I malfunzionamenti e la farraginosità del sistema di gestione dei rifiuti rende le famiglie italiane molto scettiche e anche la raccolta differenziata trova la sua difficoltà a installarsi nella consuetudine di ognuno.
Dopo aver differenziato e riciclato è necessario eliminare il residuo, bruciandolo, ma purtroppo, la gente (e certa politica) non fa differenza tra inceneritori (inquinanti) e termovalorizzatori (molto meno inquinanti) e protesta, contro quella che sarebbe una scelta responsabile perché “nessuno vuole un termovalorizzatore vicino casa”. Il cittadino, spaventato dai danni che molti inceneritori - mai veramente controllati - fanno all’ambiente e alla salute, pone un “no” secco anche ad un impianto che risolve due problemi in uno: elimina rifiuti, producendo energia e si ritrova in un limbo circondato da spazzatura ed esalazioni tossiche a causa delle quali, spesso, muore.
Sui rifiuti -poi- si stringono i tentacoli del malaffare e della criminalità, che muove i suoi “picciotti” per far rifiutare il nuovo termovalorizzatore che si dovrebbe costruire: meno termovalorizzatori si costruiscono, più le mafie sono presenti nel business dei rifiuti.


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