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Del seguente articolo:

Gennaio - Giugno/2019 - Osservatorio sulla salute
Responsabilità e dignità. La professione del medico in Italia
Si discute di eutanasia: Filippo Anelli “mai la morte è stata vista come un alleato contro la sofferenza, ma il Codice Deontologico e le cure palliative tutelano il paziente”
Riccardo Romeo Jasinsky

“La professione del medico segue da millenni un paradigma che vieta di procurare la morte del paziente”, afferma Filippo Anelli - e se questo principio viene a mancare, occorre che ne discuta l’intera società, perché le conseguenze non si limitano all’agire del medico. Del quale, comunque, non può essere limitata la libertà di coscienza».
La Consulta deontologica della Federazione degli Ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri (Fnomceo), - scrive Enrico Negrotti su “Avvenire” - ha elaborato un parere sul tema dell’aiuto al suicidio assistito, che il presidente Filippo Anelli ha inviato al Comitato nazionale per la bioetica: “La professione medica non è tecnicismo. È nutrita del valore della libertà di agire in scienza e coscienza per il bene del paziente: la Fnomceo ritiene che il Codice deontologico continui ad avere le risposte adeguate ai bisogni di salute del cittadino. E quasi sempre le cure palliative sono la soluzione che può mantenere intatto il rispetto della dignità della persona malata”.
Dopo l’ordinanza della Corte costituzionale che prefigura la depenalizzazione dell’aiuto al suicidio, la Camera discute una legge sull’eutanasia. Cosa ne sarebbe per i medici?
Finora non solo la legge, ma anche l’articolo 17 del nostro Codice deontologico vieta di «effettuare o favorire atti finalizzati a provocare la morte» del paziente, anche su sua richiesta. Da sempre i medici hanno visto nella morte un nemico e nella malattia un’anomalia da sanare: mai si è pensato che la morte potesse diventare un «alleato», che può risolvere le sofferenze della persona. Se fosse approvata una depenalizzazione dell’aiuto al suicidio, verrebbe capovolto questo paradigma. Se ne deve discutere in profondità, perché le ripercussioni non riguardano solo i medici (e le altre professioni sanitarie): il meccanismo che porta ad assistere una persona verso il suicidio coinvolge l’intera società. Da uomini di scienza, crediamo che prima di modificare un atteggiamento bisogna valutare se si riuscirebbe a tutelare come nel passato il medico e i cittadini, compresi i più fragili, come ricorda la Corte costituzionale.
La Consulta Fnomceo ricorda che il Codice deontologico rappresenta una protezione del medico e del paziente rispetto a interventi esterni. A che cosa si riferisce?
Il divieto di favorire o procurare la morte ha sempre protetto la professione medica e i cittadini, come insegna la storia. Ci sono stati casi in cui è stata violata la dignità delle persone, utilizzandole come strumenti per la ricerca per fini ritenuti utili all’umanità. La Consulta deontologica ribadisce che i principi del nostro Codice sono esaustivi dell’esercizio della professione, e che il paradigma che l’ha ispirato continua a essere valido. Per il rispetto per la dignità della persona che soffre, grazie alla legge 38/2010 abbiamo strumenti adeguati che sono le cure palliative, la terapia del dolore fino alla sedazione profonda. Occorre applicare meglio queste terapie, che possono essere lo strumento migliore per evitare lesioni della dignità della persone e richieste di suicidio.
Ma in presenza di una legge sull’eutanasia, il Codice deontologico andrà modificato?
Il nostro Codice non può essere in contrasto con i principi costituzionali, così come le leggi. È chiaro che se si modifica una legge, si dovrà trovare un modo per contemperare le posizioni espresse dal Codice. Però la libertà di coscienza del medico è fuori discussione. Di recente proprio la Consulta è intervenuta per modificare un tentativo di condizionare la libertà del medico di curare secondo scienza e coscienza: il cosiddetto Decreto appropriatezza, che aveva imposto ai medici schemi rigidi nell’applicazione delle evidenze scientifiche, è stato riformato dalla Corte costituzionale perché non permetteva un corretto rapporto medico-paziente e impediva al medico di applicare correttamente al singolo caso le conoscenze scientifiche.
Depenalizzare l’aiuto al suicidio metterebbe in dubbio la libertà di coscienza del medico?
Noi crediamo nel primato della coscienza, ma vale per tutti, non solo per i malati: i medici sono cittadini come gli altri e i loro convincimenti profondi vanno rispettati. Anche per riflettere sui tentativi di trasformare l’esercizio della medicina in una mera attività tecnica abbiamo indetto gli stati generali della professione, che prenderanno il via a maggio portando a Roma tutti i presidenti degli Ordini provinciali.


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